Su Pietro Ingrao, con rispetto ma senza ipocrisia

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Su Pietro Ingrao, con rispetto ma senza ipocrisia

Category : Articoli

Il Partito Comunista ha onorato la memoria di Pietro Ingrao, recentemente scomparso, e ha inviato una delegazione alla camera ardente allestita a Montecitorio per rendere omaggio alla salma e firmare il libro delle condoglianze. Lo abbiamo fatto per rispetto nei confronti di un importante militante che ha rappresentato – nel bene o nel male – la storia più viva della sinistra e del movimento operaio italiano. Pietro Ingrao ha vissuto 100 anni: molti di essi al servizio del socialismo, gli altri in modo più ambiguo e confuso. Noi ricordiamo con stima il primo Ingrao come un dirigente comunista di spessore e creativo, mentre valutiamo l’ultimo Ingrao – su strade che ormai differivano dalle nostre – da un punto di vista umano.

Lungi dal Partito Comunista, insomma, voler santificare Pietro Ingrao, come invece sembra voler andare di moda oggi, dove prevale ipocrisia e superficialità anche fra i comunisti, per non parlare del mondo della politica e del giornalismo. Noi contestiamo duramente, infatti, molte svolte di cui Pietro Ingrao si è reso protagonista negli ultimi anni. La sua definizione di Cuba come una “dittatura”, il suo sostegno alla guerra neo-coloniale contro la Libia, la sua totale abiura di Mao non corrispondono alla nostra visione della società e della storia: su questo non devono esserci dubbi! Così come non ci appartiene il suo tentativo, ormai sul finire della sua vita, di denigrare Lenin e di vedere nel leninismo i tratti del fallimento del socialismo reale e dello stesso PCI.

Ma nel contempo chiniamo le nostre bandiere nei confronti dell’uomo che ha combattuto il fascismo e che è stato al fianco di Palmiro Togliatti nella costruzione del “Partito nuovo”, quel PCI che divenne una straordinaria forza politica di massa sul piano proletario. E rispettiamo la fermezza del dirigente che – nonostante il difficilissimo contesto internazionale e sapendo di dichiarare concetti impopolari – scrisse l’editoriale “Da una parte della barricata, in difesa del socialismo” riconoscendo – pur nelle critiche doverose – l’importanza di un’Europa dell’Est non subalterna all’imperialismo. Di lui lodiamo anche il senso etico che lo portava a intervenire a tutela dei diritti dei giovani repressi dalla polizia negli anni ’60, nonostante fossero di altre collocazioni ideologiche, fatto questo testimoniato persino da un troskista come Antonio Moscato, e in generale la sua volontà di dialogare con le nuove generazioni e i movimenti.

A Ingrao va poi reso merito di aver saputo riconoscere nel centralismo democratico uno dei valori fondanti del militante leninista e lo dimostrò addirittura “esagerando”, mancando in quel caso però di cogliere il momento storico in atto: quando il PCI decise di suicidarsi con la svolta della Bolognina, lui pur contrarissimo e avendo presentato un documento ostile a tale prospettiva, per disciplina e per non volersi staccare dalle masse popolari, seguì la maggioranza e restò nel “gorgo” – come diceva lui stesso – optando per la via riformista (che oggi è degenerata come prevedibile in un progetto neo-conservatore chiamato Partito Democratico), ma anche in quell’occasione affermò che occorreva in ogni caso “tenere aperto l’orizzonte del comunismo”, situazione che si concretizzò nel 2004 con la sua adesione a Rifondazione Comunista. Egli ha provato regolarmente e in piena libertà a lottare apertamente nel Partito e per il Partito, conscio che senza organizzazione non c’è emancipazione possibile, senza derive individualiste come molti hanno preferito invece fare nei momenti di difficoltà della sinistra, ed è in particolare questo Pietro Ingrao a meritare la nostra stima.

Massimiliano Ay, segretario politico del Partito Comunista


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