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(Beltra)pianificazione ospedaliera: togliere al pubblico per dare al privato

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Il Dipartimento Sanità e Socialità (DSS) avverte, in merito al settore sanitario stazionario, che fin “dall’entrata in vigore della LAMal nel 1994 sappiamo che occorre ridimensionarlo. Il primo tentativo di pianificazione, nel 1997, è stato giudicato troppo timido dal Consiglio federale ed è stato rinviato al mittente. L’attuale pianificazione è più incisiva”. Infatti incide sui pazienti.

L’art. 39 della Legge federale sull’assicurazione malattia (LAMal) risalente al 1994 prevede che i Cantoni organizzino una pianificazione degli ospedali presenti sul proprio territorio; una pianificazione degli ospedali fuori cantone (a cui possono eventualmente accedere i propri cittadini) e una pianificazione degli istituti di cura (come le case per anziani). La pianificazione riguarda unicamente il settore stazionario (che prevede delle degenze) e non concerne invece l’ambito delle cure ambulatoriali.

La politica sanitaria attualmente dominante parte dall’assunto secondo cui “più l’offerta sanitaria è ampia, più vengono consumate prestazioni sanitarie, non tutte necessarie”. Oggi in Ticino, stando alla Confederazione – competente del finanziamento del sistema sanitario – vi sarebbero troppi posti letto con circa il 30% di ospedalizzazione in più rispetto agli altri cantoni. Con un numero di posti letto inferiore, invece, diminuirebbero le ospedalizzazioni “non necessarie”; così almeno dichiarano le Autorità. Autorità, le quali – è bene ricordarlo – fissano i premi delle assicurazioni malattia sulla base delle richieste che giungono però dagli assicuratori stessi, cioè da aziende private che curano anzitutto i propri profitti.

La legge prevede inoltre che gli istituti privati e quelli pubblici siano equiparati, ciò significa che il Cantone ha il dovere di finanziarli entrambi: stiamo parlando di una cifra di 200 milioni di franchi annui destinati alle strutture private e di 100 milioni a favore invece di quelle pubbliche. Ciò rappresenta il 55% dei costi: il restante è versato delle casse malati (e cioè dai premi delle stesse pagati, con un incremento regolare, dai cittadini).

Misure di “razionalizzazione” a scapito della prossimità col paziente

Nel progetto di pianificazione ospedaliera presentata dal Consigliere di Stato PPD Paolo Beltraminelli si attua una trasformazione di alcuni ospedali in istituti di cura o di riabilitazione, evitando – così fanno credere i partiti borghesi – di chiuderli tout court. In realtà la situazione è ben diversa, come testimoniano anche le forti mobilitazioni dei cittadini delle aree coinvolte, e per gli ospedali di Faido e Acquarossa, si può parlare – senza troppo timore di esagerare – di uno smantellamento de facto. Questi ultimi, infatti, saranno appunto trasformati in istituti di cura, luoghi cioè in cui i pazienti affrontano la sola riabilitazione: non opereranno insomma più come ospedali veri e propri destinati a interventi acuti, ma subiranno un importante declassamento.

Non saranno le sole due strutture a subire tale cambiamento, certo, ma è pure vero che la loro ubicazione li rende in qualche modo “unici”, poiché appunto servono delle regioni periferiche del Cantone con un’offerta sanitaria ben diversa che altrove. Saranno così chiusi i due reparti di medicina di base (una 40ina di letti), i due Pronti Soccorsi, così come la geriatria attualmente presente ad Acquarossa.

Tutto ciò, evidentemente, si tradurrà anche nella perdita di posti di lavoro, forse addirittura si dovrà fare i conti con un pesante dimezzamento del personale. Nel caso specifico della Val di Blenio, per esempio, stiamo parlando di un ospedale che attualmente garantisce 125 posti di lavoro e di un Pronto Soccorso con tremila passaggi annui. Questi tagli comporteranno anche e ovviamente dei disagi ben immaginabili per una regione che già oggi si caratterizza per un’economia relativamente fragile e in cui – oltre il danno anche la beffa – i comuni coinvolti dovranno pure assumersi parte degli oneri finanziari della nuova realtà sanitaria, in quanto la LAMal non prevede alcuna copertura per i servizi post-cura.

Le rassicurazioni del DSS circa la volontà di sopperire al tagli nell’ambito, perlomeno, del Pronto Soccorso con un servizio d’urgenza in sinergia con i medici di picchetto presenti in Valle (e che comunque non raggiungerà mai la classificazione “B”[1] dell’attuale Pronto Soccorso) appaiono del tutto prive di fondamento, dal momento che è praticamente confermato come, dall’anno prossimo, le ambulanze in partenza da tali zone avranno sempre come unica destinazione Bellinzona.

La concezione borghese della politica sanitaria, che evidentemente non riguarda solo il PPD ma quasi tutto l’arco parlamentare, è proprio il volersi ostinare a leggere ogni questione con lenti di stampo aziendalistico e cioè orientando il discorso unicamente sul piano della ricerca del profitto e dell’efficienza in senso economico, esattamente come se un ospedale o una scuola fossero da gestire come una qualunque azienda che sta sul mercato con l’obiettivo di arricchire i propri azionisti. Sarà solo uno slogan, ma a volte vale la pena ricordarlo: la nostra vita vale di più dei loro profitti.

Autolesionismo statale e latenti privatizzazioni

Oggi nel Canton Ticino il 40% dei letti sono presenti in ospedali privati (il doppio che nel resto della Svizzera) e con questa (beltra)pianificazione la “forza” di tale realtà potrà solo crescere! Proprio l’apertura al settore privato, in effetti, sembra essere la logica che ha mosso il DSS. E non sarà un caso se ciò avviene proprio sotto la guida degli ambienti cattolici, che sono poi gli stessi ad avere (storicamente, ma non solo) una buona egemonia su numerose strutture private con un retroterra confessionale neanche troppo nascosto.

Al di là di della possibilità di un futuro centro comune a Sorengo nelle strutture della Genolier SA, nel cui Consiglio di Amministrazione siede l’onnipresente ex-consigliere nazionale liberale Fulvio Pelli (già noto per mille altre discusse situazioni da Asfaltopoli a BancaStato) ci stiamo riferendo qui in modo particolare alle cosiddette “collaborazioni” pubblico-privato, come fra l’Ente Ospedaliero Cantonale (EOC) di Lugano e la clinica Sant’Anna appunto, oppure fra l’EOC di Locarno con la clinica Santa Chiara.

La mossa tattica dei democristiani condivisa dalle altre forze borghesi è stata, in questo ambito, straordinaria: nella prima fase della pianificazione, infatti, a queste due strutture sanitarie pubbliche era stata tolta l’ostetricia. In tal modo il Cantone costringeva i propri ospedali a negoziare e a scendere a compromessi con i partner privati per poter continuare a offrire tale servizio. Con questa situazione le cliniche private possono trarre enormi vantaggi dalla qualità delle strutture, dalla specializzazione e della presa a carico dell’EOC. Il prossimo passo potrebbe inoltre essere la divisione dei compiti in base all’onere finanziario: l’ostetricia di base nella clinica privata, mentre quella più costosa come l’ostetricia complessa e la neonatologia alle cliniche pubbliche. In questo senso non è fuori luogo inserire la nuova Pianificazione ospedaliera nel contesto di una privatizzazione latente.

Massimiliano Ay, candidato al Consiglio di Stato e al Granconsiglio per la lista MPS-PC


Note:

[1] Stando al Regolamento concernente i servizi di urgenza medica negli ospedali e nelle cliniche sono considerati servizi di Pronto Soccorso di categoria B quei servizi che a) garantiscono 24 ore su 24 o a tempo determinato una prima valutazione ed assistenza di urgenze mediche a pazienti con funzioni vitali non compromesse e senza rischio per un danno grave e permanente alla salute, e b) che dispongono di procedure codificate per assicurare il trasferimento di pazienti instabili.


  • Questo articolo è stato pubblicato sulla rivista #politicanuova (Nr. 4, 2014): link

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Il Palacinema di Locarno e i paesi emergenti

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Ero (e lo sarò finché non vedrò dei fatti concreti) personalmente molto scettico sulla Casa del Cinema, tanto che la sezione del Locarnese del Partito Comunista si è impegnata pure in due referendum sul tema (uno a Locarno e l’altro nel Gambarogno, con gli esiti che conosciamo). Non certo per avversione nei confronti del cinema o per indebolire il Festival, come irresponsabilmente alcuni nostri detrattori amano ribadire, ma perché a mancare erano i contenuti. Il “contenitore” (Casa del Cinema) risultava infatti vuoto in fatto di aspetti culturali e didattici di un certo spessore e, soprattutto, sicuri e non soltanto declamati. Prima di investire denaro pubblico è per me buona regola sapere come e dove questi soldi finiscano. Resto pertanto convinto che si poteva trovare altre soluzioni per favorire la cultura cinematografica nel Locarnese, investendo in progetti che tenessero maggiormente conto del tessuto economico e sociale della regione. Tuttavia la scelta democratica è ora chiara: il Palacinema arriverà e si tratta a questo punto di agire costruttivamente affinché non si trasformi in un buco nell’acqua.

Il rapporto di Marco Müller su tale progetto aveva certamente un pregio, quello cioè di specificare, in modo esplicito, come la nuova Casa del Cinema fosse destinata a entrare in un’ottica di cooperazione internazionale in ambito culturale con i paesi emergenti, ossia con i BRICS. Si citava addirittura in modo chiaro la possibilità di costruire un “centro della cultura visiva e digitale Svizzera-BRICS” con una serie di altre interessanti osservazioni, quali, ad esempio, il fatto di dover riconoscere che il declino economico dell’Occidente stesse aprendo scenari geo-economici internazionali nuovi, che denotano elementi di “inarrestabile vitalità” in Cina, India, Brasile, Sudafrica e – appunto – Russia. Paesi che stanno surclassando “i ruoli tradizionalmente svolti dagli Stati Uniti e dalla altre potenze economiche occidentali”. Parole, queste, di assoluto buon senso. Il testo continuava poi auspicando il dialogo accademico fra il nostro Paese e le potenze emergenti, una prassi di indipendenza della Confederazione rispetto ai diktat atlantici che oggi più che mai diventano insopportabili e che il Partito Comunista ha ancora di recente ribadito.

Il fatto che poche settimane fa, i russi del Gosfilmofond, la più grande cineteca (pubblica) al mondo, abbiano firmato – grazie al lavoro di intermediazione del Centro culturale “Il Rivellino” – un accordo con la Città di Locarno per contribuire al finanziamento del Palacinema, riapre nuovamente il dibattito. I ragionamenti di Müller, infatti, per quanto allettanti, restavano tuttavia ancora troppo vaghi, dei buoni propositi ancora piuttosto instabili. Cosa peraltro confermata ancora di recente dal “niet” di Marco Solari a ogni cooperazione con il Gosfilmofond. Insomma: i fatti non solo non c’erano, ma nemmeno si percepivano come in arrivo. Ora, invece, proprio l’immensa cineteca moscovita offre una notevole opportunità.

Una forma di cooperazione sul piano culturale e artistico fra il nostro Paese e la Russia è certamente un valore aggiunto di primaria importanza non solo per il Cantone, ma anche per il Festival di Locarno in sé. Avanzare, poi, nei rapporti con Mosca e Pechino nell’ottica di costruire una rete di “antenne” con le quali mantenere un dialogo e una collaborazione costante, potrebbero davvero in questo modo gettare le basi per concretizzare dei contenuti di prim’ordine a livello culturale e, forse, anche a livello di cooperazione win-win su più fronti, contribuendo ad aprire in piena sovranità il nostro Paese a partnership più stabili e socialmente fruttuose.

Massimiliano Ay, segretario politico del Partito Comunista


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In Venezuela la posta in gioco è il socialismo

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Nicolas Maduro – il successore designato prima di morire dal Presidente Hugo Chàvez – ha vinto le elezioni in Venezuela, nonostante l’opposizione filo-americana capeggiata da Henrique Capriles non ammetta la vittoria del candidato del Partito Socialista Unito venezuelano (PSUV).

La borghesia compradora attacca

Dopo 14 anni di Rivoluzione, la destra rappresentante della borghesia compradora ha sfruttato il passaggio storico determinato dal decesso di Chàvez per condurre una campagna elettorale all’attacco che ha messo a dura prova (benché non l’abbia sconfitta) la resistenza delle forze bolivariane. Negli ultimi tempi, infatti, gli esperti in marketing che seguivano Capriles hanno tentato di rifargli il look, creandogli un’aura sociale e definendolo come il “Lula venezuelano”, adducendo un maggiore “equilibrio” rispetto a Chàvez. Questa cosmesi è stata smascherata con le azioni violente messe in atto dopo il verdetto delle urne; tuttavia sarà probabilmente ripresentata al prossimo appuntamento sotto sembianze simili ma più affinate.

Il rifiuto di Capriles di riconoscere la vittoria di Maduro e la richiesta (peraltro fino all’ultimo mai formalizzata, ma solo declamata tramite i media) di ricontare le schede è stato un segnale nella direzione di un possibile scontro politico ancora più estremo che sarebbe potuto sfociare sia in un golpe (come successo invano nel 2002) sia in una guerra civile, che sarebbe probabilmente fatale non solo per il socialismo venezuelano, ma che avrebbe serie ripercussioni sul processo di trasformazione in corso in ampia parte dell’America latina. Nei prossimi mesi questi pericoli saranno una costante: sarà utile non solo che i rivoluzionari venezuelani stiano vigili, ma che il governo di Caracas sappia mettere in campo con la necessaria energia anche misure repressive a difesa della sovranità e della democrazia socialista. Se vi saranno serrate padronali o interruzioni della produzione (23 persone sono state arrestate dal 5 marzo ad oggi per sabotaggio alla rete elettrica) si dovrà rispondere l’occupazione operaia delle fabbriche, come in parte già sperimentato nel 2002, e il successiva esproprio. Tutte misure che Maduro ben conosce, avendole recentemente egli stesso ventilate.

Se dopo la Rivoluzione cubana, in effetti, gli USA espatriarono i borghesi; qui al contrario, li hanno foraggiati affinché restassero nel paese e dessero vita, sfruttando le libertà democratiche previste dalla Costituzione bolivariana, azioni di destabilizzazione con fini golpisti. Se tali nicchie borghesi esistono tuttora, però, non è solo a causa dell’ingerenza di Washington; ma anche perché il Venezuela non ha ancora compiuto nella sua totalità il processo rivoluzionario. Esistono infatti tuttora settori fondamentali sia nell’apparato statale sia nel settore dei media (che poi creano il consenso) sotto controllo privato, il che significa potenzialmente in mano all’imperialismo. Chàvenz ne era consapevole, da qui la sua esortazione a rafforzare i consigli comunali autogestiti, la socializzazione dei mass-media e della cultura, ecc. senza però cadere nell’illusione che “chiamando tutto socialista, uno può pensare che questo l’ho fatto, è a posto, è socialista, gli ho cambiato nome, è tutto a posto”, come avvertì una volta, invitando i compagni all’autocritica.

La questione dello Stato e delle elezioni

Il processo rivoluzionario venezuelano presenta caratteristiche particolari: è evidente che non siamo di fronte agli stessi metodi della Rivoluzione bolscevica. E tuttavia anche i “chavisti” si devono ora interrogare su come procedere: essere al governo non significa infatti ancora aver preso il potere! Il socialismo non si costruisce infatti semplicemente governando un paese che resta capitalista nella sua struttura. Ecco quindi che il tema della competizione elettorale con la borghesia attraverso le regole del liberalismo (da lei dettate) non può più venire eluso: le rivoluzioni non si fanno per via elettorale, anche se certamente da lì possono partire. Esse devono poi, però, saper sviluppare elementi di contro-potere con vocazione egemonica. Tale riflessione è necessaria per evitare non solo scenari fascisti (come quelli che schiacciarono l’esperienza cilena di Allende), ma anche scenari di cocenti sconfitte elettorali (come quella del 1990 ai danni del Nicaragua sandinista).

Le elezioni parlamentari di tipo liberale, per quanto necessarie tatticamente in ottica marxista, sono pur sempre il terreno che più conviene alla borghesia. Non c’entra quindi molto il “debole” carisma di Maduro rispetto a quello di Chavez: per quanto la comunicazione sia importante, questa è una’analisi che si limita al dato sovrastrutturale e quindi è di per sé debole. Il “chavismo” ha infatti un suo blocco storico e le aspirazioni anti-imperialiste delle masse vanno ben oltre il semplice leader carismatico, soprattutto oggi dopo 14 anni di bolivarismo. Non va peraltro banalizzato il fatto che l’opposizione compradora di Capriles eserciti ora una guerra psicologica che – se le strutture dello Stato (liberale) venezuelano non verranno superate – potrebbe trasformarsi in qualcosa di peggio. Chàvez ne era cosciente: di recente aveva esplicitamente fatto riferimento proprio alla concezione leninista dello Stato come apparato non neutrale ma di classe.

Il socialismo, infatti, può avanzare dopo una prima fase riformatrice (e non riformista!) che Chàvez ha saputo costruire rimanendo nelle contraddizioni del sistema borghese attraverso una sempre più chiara pianificazione economica (pur con tutti i margini di mercato ancora necessari) e con una progressiva forma di controllo operaio delle industrie e di comitati popolari di difesa della Rivoluzione nei quartieri.

Intensificare il processo rivoluzionario

Se lo Stato bolivariano vuole garantirsi una continuità, è necessario che i suoi vertici procedano nella riscoperta di Lenin: una rottura vieppiù definitiva con le forme istituzionali tipiche del sistema borghese-democratico deve quindi essere posta all’ordine del giorno, così come una lotta senza remore a quei centri di potere economico che servono all’oligarchia per costruirsi il consenso. In quest’ottica l’intenzione espressa da Maduro di integrare il Partito Comunista del Venezuela (PCV) nella Direzione politico-militare della Rivoluzione è un passo corretto. Si tratta infatti ora di procedere nella costruzione materiale del socialismo, adottando un adeguato programma di fase marxista con tre misure centrali: 1) il totale passaggio sotto il controllo dello Stato della Banca Nazionale (per impedire ogni manovra speculativa); 2) la statalizzazione di tutto il settore del commercio estero (per porre fine all’utilizzo da parte della borghesia del sistema di transazioni per i titoli di valuta estera e 3) il lancio di una campagna di industrializzazione nell’ottica di estendere le attività produttive statali, utilizzando le risorse petrolifere in questa prospettiva. Dopo aver mitigato i divari sociali più gravi, insomma, bisogna investire nelle infrastrutture: senza la creazione di solide basi economiche, infatti, non vi è socialismo possibile, come peraltro insegna la strategia della Cina. E ciò tenenendo però presente il monito di Chàvez: “non dobbiamo continuare ad inaugurare fabbriche che siano come un’isola, attorniate dal mare del capitalismo, perché altrimenti il mare le inghiotte”.

Le premesse per fare bene ci sono tutte: il “Piano della Patria” ripreso da Maduro è infatti la stessa piattaforma programmatica annunciata da Chavez nella sua ultima campagna elettorale (ottobre 2012) che prevede lo sviluppo economico e delle infrastrutture, l’approfondimento delle riforme sociali, il rafforzamento della sovranità nazionale nell’ottica di una più ampia dell’integrazione latino-americana in relazione alla lotta anti-imperialista sul piano internazionale e l’aumento del protagonismo popolare per garantire la transizione socialista e per vigilare che non vi siano forme di infiltrazione borghese negli apparati statali e militari, come peraltro ha chiarito in un’intervista al quotidiano tedesco “JungeWelt” Adán Chávez, fratello di Hugo, che non ha nascosto problemi di corruzione e di burocratismo in alcuni settori dello stesso PSUV, sia di opportunisti arrivisti in camicia rossa sia di membri di quella parte di borghesia nazionale finora fedele a Chàvez (la quale per convenienza si era convertita al socialismo) ma che potrebbe ora frenare dall’interno la Rivoluzione.

“…la lucha sigue”

Dalle elezioni dell’ottobre 2012 le forze bolivariane hanno perso 680mila voti, in buona parte a favore di Capriles. E’ un dato importante che deve servire a correggere gli errori: a partire da un maggior controllo e selezione dei quadri politici e da una conseguente epurazione dall’apparato di chi non si dimostra degno di fiducia. Ma tutto ciò, come abbiamo visto, non avrà effetti duraturi se nel contempo non si intensificherà la lotta contro le sacche rimaste di capitalismo e di potere (ideologico ed economico) borghese e se non si favorirà un ulteriore coinvolgimento dei salariati sui posti di lavoro, degli studenti nelle scuole, delle classi popolari nei quartieri e nei villaggi. La destra non è forte sul territorio: è qui che la supremazia bolivariana non deve lasciarle spazi.

Il pericolo più serio, forse, non è tanto la possibilità di un golpe, ma la guerra di logoramento che condurrà la borghesia compradora: la lacune nella gestione dello Stato possono portare un certo malumore fra gli stessi ambienti “chàvisti”: la destra ha attivamente lavorato (a volte con la complicità dei burocrati sindacali) come lo fece peraltro con Allende a esasperare la popolazione attraverso il metodico taglio dei rifornimenti di prodotti essenziali (alimentari, energia, ecc.) e facendo cadere la colpa sull’inefficienza del governo socialista. In altri momenti potrebbero anche scatenare attentati terroristici (lo fecero in Nicaragua dove fu ucciso anche il giovane cooperante svizzero Maurice Demierre). Tutto ciò – con la martellante campagna denigratoria contro Maduro – facilita la diserzione di numerosi votanti bolivariani.

Nonostante questo articolo, pur ribadendo la necessaria umiltà e rispetto, ponga volutamente e con franchezza i punti ancora critici nel processo venezuelano, bisogna sottolineare che i rapporti di forza sono ben favorevoli ai fautori del socialismo: fino al 2016 in parlamento vi sono 95 deputati chavisti su 165 e Maduro sarà sostenuto da 20 dei 23 governatori sul territorio nazionale, oltre che dagli importanti partner geostrategici anti-imperialisti. C’è ora il tempo, per la direzione politico-militare della Rivoluzione, di fortificare la magnifica esperienza di pace, democrazia partecipativa e solidarietà di classe che rappresenta il Venezuela. E non abbiamo dubbi che ciò avverrà. Come si legge nella dichiarazione del Partito Comunista ticinese dello scorso 5 marzo: “Chavez ha restituito speranza non solo al suo popolo e all’intera America latina depredata da Washington e dai suoi lacché, ma a tutti i progressisti del mondo. Egli ha affrontato con coraggio l’imperialismo statunitense, ha gettato le basi per una nuova transizione alla società socialista e per un mondo multipolare retto da relazioni eque e pacifiche fra le nazioni, e ha lavorato giorno dopo giorno per migliorare le condizioni di vita dei lavoratori e delle fasce popolari”. L’insegnamento di Hugo Chàvez è così profondo che non possiamo non concludere questo testo con la sicurezza che tutti i venezuelani onesti e le persone di buona volontà sul pianeta ancora commossi dalla sua morte, hanno in chiaro che Chàvez vive e che …la lucha sigue!

  • Questo articolo è stato pubblicato sul nr. 1 della rivista #politicanuova (link) del luglio 2013.