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Festival del film di Locarno: più liberi, più trasparenti

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Si è conclusa la 68esima edizione del Festival Internazionale del Film di Locarno e, come accade ormai regolarmente, è stata animata da alcune polemiche. A dire il vero quest’anno esse non hanno fatto così tanta breccia, e non è nemmeno da escludere che – perlomeno in parte – siano state animate artificialmente, così da distogliere l’attenzione da quello che, a mio avviso, era invece il punto principale su cui chinarsi criticamente: l’inopportuna collaborazione con l’Israel Film Fund, la cineteca direttamente legata al governo sionista di Israele, con tutto ciò che questo significa dal punto di vista dell’apartheid a scapito del popolo palestinese.

Come Partito Comunista da anni seguiamo con interesse il più importante evento culturale che il Ticino ospita, e spesso ci siamo pure espressi a difesa sia del Festival in sé, sia soprattutto della libertà artistica che la Direzione di quest’ultimo deve disporre. Naturalmente non abbiamo mancato di osservare anche gli aspetti che meno ci convincono dalla kermesse locarnese, ma sempre consapevoli della necessità di non indebolire il Pardo e di considerare strategico il ruolo che sul territorio il Festival del Film può avere: dal punto di vista artistico, ma anche da quello accademico ed economico.

D’altronde il Partito Comunista in Ticino non è proprietario di tipografie e dunque non deve inventarsi polemiche a pretesto. Quest’anno però al ricevimento di inaugurazione del Festival del Film era distribuito il nuovo periodico “Ticinolibero” (legato all’omonimo portale) con al suo interno due importanti pubblicità: quella di Autopostale e quella dello stesso Festival. E’ perlomeno strano che il Festival (e la Posta) decida di investire, per promuovere le proprie attività, in un media rimasto privo di aggiornamenti per più di sette mesi. Mi chiedo allora se il Pardo abbia deciso di contattare anche altri media (e se sì, quali?) per sondare la disponibilità a ospitare pubblicità: sicuramente non è stato il caso per “#politicanuova”, la rivista marxista edita dal Partito Comunista, nonostante negli ultimi anni la sua presenza sia stata regolare (e che quest’anno ha pure dedicato un numero speciale alla rassegna cinematografica). Episodi, questi, che lasciano un po’ perplessi su come il Festival decida di promuovere il proprio evento.

Così come sarebbe opportuna un’azione di trasparenza su quali siano effettivamente i politici d’oltre Gottardo ospitati a Locarno a spese degli sponsor, sarebbe opportuna un’altrettanta operazione di trasparenza per sapere come Marco Solari e staff decidono di promuovere il Festival e con quali criteri scelgono i media. La trasparenza è sicuramente il miglior antidoto per evitare polemiche e per far si che tutti i ticinesi (che indirettamente finanziamento il Festival attraverso le decisioni del Gran Consiglio) possano sentire più vicino questo importante evento del nostro Cantone.

Massimiliano Ay, deputato in Gran Consiglio per il Partito Comunista


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Trasporti pubblici gratuiti? Oggi possono essere realtà!

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Nel comune di Aubagne (Francia) il sindaco è Daniel Fontaine, esponente del Partito Comunista Francese (PCF) e dal 2009 i trasporti pubblici cittadini sono gratuiti. Chissà cosa ne pensano quei deputati socialisti nostrani che nel 2012, capitanati dall’allora relatore commissionale Manuele Bertoli, in Granconsiglio bocciarono un’idea simile bollandola come “privilegio giovanilista”?

L’obiettivo con cui la sperimentazione di Aubagne era partita, era quello di migliorare la situazione dell’inquinamento da carburanti fossili e di garantire l’uguaglianza di possibilità per tutti i cittadini nell’ambito del diritto alla mobilità. In questi anni il numero di viaggi è passato da 1,9 a 4,7 milioni e ogni giorno sono stati risparmiati 1’200 tragitti privati in auto. Esperimento superato, insomma, e anche brillantemente.

Ma come si finanzia questo servizio alla collettività? Ogni azienda con alle proprie dipendenze oltre nove salariati versa un contributo fiscale dell’1,8% che porta 2,2 milioni d’euro all’anno nelle casse comunali. Tale contributo permette di coprire in modo più che sufficiente la perdita dovuta dalla mancanza di un biglietto del tram. E per le aziende è comunque vantaggioso.

In Ticino questa rivendicazioni è ormai storica e proviene dal movimento studentesco nonché dal movimento giovanile del Partito Comunista. Non a caso l’unico programma elettorale che ne parla esplicitamente ancora oggi è proprio quello presentato dalla lista 3 MPS-PC per la quale mi candido. Insomma niente di utopico, ma qualcosa di assolutamente e pragmaticamente realizzabile: basta avere la volontà politica di farlo da un lato, ma anche il coraggio di prendere i soldi laddove ci sono (e qui forse in Ticino vi sono ancora troppi tabù di masoniana memoria).

Massimiliano Ay, candidato al Gran Consiglio per la lista MPS-PC


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L’euroscetticismo è un tema che non va regalato a Verdi, UDC e Lega!

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Discorso di Massimiliano Ay (Partito Comunista) alla “ManiFesta” del 28 marzo 2015 contro l’adesione strisciante all’Unione Europea!

Cosmopolitismo non è internazionalismo!

Vi porto il saluto mio personale e del Partito Comunista. Molti di voi si chiederanno che cosa ci fa un partito di sinistra, uno che, come me, si definisce ancora internazionalista, qui oggi in questa piazza con la bandiera del Ticino davanti. La domanda è legittima perché la sinistra maggioritaria per anni ha voluto far credere che essere europeisti equivalesse ad essere socialisti o comunisti, il che è falso. Anzitutto essere internazionalisti significa riconoscere la sovranità e l’autodeterminazione delle nazioni, la loro cultura e le loro tradizioni, e questo lo diceva il leader comunista Vladimir Lenin. Il resto si chiama cosmopolitismo ed è un’ideologia borghese trapiantata nella socialdemocrazia, ma che è estranea al movimento operaio.

L’UE è un insulto al socialismo!

Pochi anni fa l’ex-presidente del Partito Socialista Svizzero Hans Jürg Fehr definiva l’Unione Europea “un progetto socialista”. E’ una sciocchezza colossale, un insulto ai tanti socialisti onesti di un tempo e ai lavoratori. L’UE di socialista oggi non ha niente: è l’UE delle banche, è l’UE della precarietà e della deregolamentazione del mercato del lavoro, è l’UE dell’austerità con cui si taglia a destra e a manca sul sociale e sulla scuola, è l’UE che promuove attivamente il neo-colonialismo economico con le sue multinazionali, ma è anche l’UE della guerra (ad esempio in Libia, un paese che era laico e controllava i flussi migratori) e dei colpi di stato (come in Ucraina, per costringere a rompere le relazioni con la Russia) e per di più al servizio degli Stati Uniti, i gendarmi del mondo. Tutto questo non è di sinistra, è semmai un insulto al socialismo!

Il disastro greco

Guardiamo alla Grecia: prima dell’attuale governo formato da comunisti e patrioti, la Banca Centrale Europea aveva imposto un governo che non era stato eletto da nessuno: era stato imposto dai poteri forti di Bruxelles, bypassando non solo il popolo, ma l’indipendenza stessa dello Stato. Un paese senza sovranità popolare è una nazione in cui – al di là delle quisquiglie di forma – non vi sono in realtà vere istituzioni democratiche. Il commissariamento della Grecia non aveva solo portato alla perdita della sovranità, ma ha distrutto – in men che non si dica – quarant’anni di conquiste sociali ottenute spesso a caro prezzo da generazioni di lavoratori che oggi, organizzati dal sindacato PAME, dai comunisti del KKE e di SYRIZA, cercano di resistere con dignità e combattività a quella che viene definita come una vera e propria dittatura del capitalismo globalizzato. Lo sapevate che Bruxelles, durante gli scioperi in Grecia, aveva messo in moto le truppe della “EuroGendFor”, la famigerata Gendarmeria Europea? Le truppe si trovavano nascoste in una base militare nella città greca di Larissa, pronte a intervenire contro i cittadini rivoltosi. E questo la dovremmo chiamare integrazione europea e democrazia?

La nostra valuta non si tocca!

Come Partito Comunista abbiamo rifiutato – quasi isolati a sinistra – al cambio fisso franco-euro: vincolare la nostra moneta alla valuta europea è stata una decisione pericolosissima che poteva far sprofondare il franco. E per lo stesso motivo abbiamo sostenuto l’iniziativa che veniva dalla destra, ma che era giusta, inerente le riserve auree della Banca Nazionale: svendere l’oro agli Stati Uniti è una vergogna!

Finalmente fuori dal Partito della Sinistra Europea!

Oggi noi ribadiamo il nostro NO all’adesione, vera o strisciante che sia, del nostro Paese all’Unione Europea imperialista e guerrafondaia. E per far questo sono fiero di comunicarvi che il Partito Comunista non fa più parte del Partito della Sinistra Europea (SE), perché siamo un partito comunista indipendente, amico di tutti i popoli del mondo, ma ancorato alla nostra realtà per una Svizzera che sia neutrale, sociale e sappia cooperare con tutti i paesi, ma rifiutando le pratiche imperialiste e neo-colonialiste.

Il 9 febbraio continuiamo a ritenerlo un errore!

Noi il 9 febbraio non abbiamo votato come ha fatto la maggior parte di voi: a noi non piaceva unire le questioni dei frontalieri con le questioni dei migranti economici, con le questioni dei ricongiungimenti familiari e di chi scappa da contesti fragili e da aree di crisi. E lo dico chiaramente anche oggi: quell’iniziativa a noi continua a non piacere! Il Consiglio federale si deve assumere la piena responsabilità politica di quel 9 febbraio. La subalternità del nostro governo nei confronti dell’imperialismo europeo e nel contempo la sua totale incapacità di affrontare i problemi sociali nelle zone di frontiera, così come spesso da noi indicato, è la causa di questa situazione. Bisogna introdurre al più presto i salari minimi per frenare il dumping, aumentare drasticamente il numero degli ispettori del lavoro, impedire le delocalizzazioni di siti produttivi nazionali e fermare la liberalizzazione del mercato del lavoro, nonché imporre in modo vincolante al padronato contratti collettivi di lavoro generalizzati. Nel contempo occorre riconvertire la nostra economia verso settori ad altissimo valore aggiunto. Chi oggi dice che bisognare rivotare per sbloccare la situazione creata il 9 febbraio sbaglia, e sbaglia gravemente! Rivotare significherebbe provocare e aizzare il malcontento. Il Partito Comunista dice invece di accettare che il popolo svizzero ha voluto dire basta ai diktat di Bruxelles, e di approfittarne.

Apriamoci alla cooperazione con i paesi emergenti

La Svizzera non può chiudersi a riccio, non siamo autarchici, lo sappiamo: occorre favorire ora nel modo più esplicito possibile la cooperazione internazionale di tipo win-win: Berna si apra quindi a partnership strategiche con i paesi emergenti, con i BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) cercando di limitare i danni economici con l’UE. La soluzione non è insomma la chiusura, ma lo sviluppo di relazioni di cooperazione nel contesto del multipolarismo che rifiutino le prassi neo-coloniali e che rispettino l’indipendenza dei popoli e i diritti dei lavoratori. La Svizzera lo può fare: ha un buon know how, ha una buona industria di punta, ha delle infrastrutture adeguate, ed è neutrale. Tanti paesi, meno arroganti di UE e USA, sarebbero disposti a costruire con noi un mondo mutipolare. Aprofittiamone! No quindi all’imperialismo europeo! No alla globalizzazione del capitale! Grazie a tutti per l’attenzione.

Massimiliano Ay, candidato al Granconsiglio per la lista 3 MPS-PC


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Piano “Marshall” per il Ticino? Massimiliano Ay (PC) apre con riserva a Rocco Cattaneo (PLR)

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Il presidente del PLR Rocco Cattaneo ha dichiarato che “se vogliamo che il Ticino torni a crescere e ad essere competitivo, il Governo dovrà mettere in campo nei prossimi 4 anni un Piano Marshall da 2 miliardi di franchi”. In pratica si tratterebbe di avanzare investimenti di vario genere e rilanciare così la nostra economia. E’ una questione centrale che non si può sprecare come boutade elettorale perché in questo contesto di crisi l’alternativa a un serio piano di investimenti è il sottosviluppo del Ticino con conseguentemente aumento dell’emigrazione dei nostri giovani in altri cantoni se non addirittura all’estero.

Sul finire di una campagna elettorale piatta, finalmente anche da parte borghese sentiamo un discorso sensato, che peraltro come Partito Comunista avevamo analizzato sugli ultimi numeri della rivista #politicanuova in cui ci siamo concentrati sulla politica economica e sul concetto di “alto valore aggiunto” di cui oggi tutti parlano a mo’ di slogan. L’alto valore aggiunto è per noi una produzione destandardizzata, centrata su di una manodopera altamente formata, la quale può permettere di produrre un bene considerabile un unicum sul mercato.

Per investire ci vogliono però i soldi. Il debito pubblico ticinese non è così pesante, come il PLR ci ha fatto credere, preventivo dopo preventivo, per giustificare i tagli. E ora ad ammetterlo è proprio Cattaneo: finalmente! Ad ogni modo concordo nel dire che lo Stato si può indebitare per favorire degli investimenti purché si orientino verso una cooperazione economica multilaterale in un contesto win-win, imperniata su:

1) Investimenti pubblici nella scuola e nella “Città Universitaria Ticino”

…per renderla davvero inclusiva e capace di valorizzare le giovani intelligenze di questo Cantone, e per dare vita ad un “Città universitaria-Ticino”, dotata di eccellenze nel campo della ricerca in campo industriale e connessa con una rete di aziende spin-off improntate all’innovazione di altissimo livello, sulla base di una programmazione diretta da parte dello Stato;

2) Progetti infrastrutturali ed economia di distretto

…come la fibbra ottica (purché non venga lasciata ai privati!), i trasporti pubblici e delle aree industriali apposite, per operare in contemporanea a tutela del territorio e affinché si possa dare vita ad una performante economia di distretto, valorizzando così le specificità e le potenzialità del Ticino;

3) Creare joint-ventures e rendere il nostro Cantone un hub tra sud e nord Europa.

Il Partito Comunista da tempo sta analizzando la questione della cooperazione internazionale con i paesi emergenti (molti dei quali vedono proprio i rispettivi partiti comunisti parte delle coalizioni di governo): mi riferisco soprattutto ai BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica). È verso e da quei paesi che possiamo destinare investimenti, creando joint-ventures e rendendo il nostro Cantone un hub tra sud e nord Europa, anche per renderci più indipendenti dall’UE. Ciò in quanto, come dice bene Nicolas Fransioli (Partito Comunista) sull’ultimo numero di #politicanuova, «pur avendo conseguito uno sviluppo notevole negli ultimi decenni, i paesi emergenti risultano ancora deficitari sul piano dello sviluppo tecnologico. (…) Per i paesi a capitalismo avanzato, quindi, si presenta la possibilita di partecipare attivamente, attraverso la messa in rete delle posizioni d’avanguardia in fatto di know-how, a questo percorso (di emancipazione, ndr)».

Massimiliano Ay, candidato nr. 2 al Granconsiglio per la lista 3 MPS-PC


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La nuova moda dei benpensanti: risparmiare sulla democrazia!

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Ci troviamo in un contesto di svilimento delle istituzioni e non è un caso se questa campagna elettorale è, perlomeno a mia memoria, una delle più piatte e meno sentite dalla popolazione. Iniziata con il calciomercato dei candidati, la campagna si è in seguito occupata di gossip, mentre i grandi assenti sono i temi, con una progettualità che rasenta lo zero e tante illusioni vendute quasi fossero prodotti commerciali.

Non si tratta certo di una peculiarità ticinese, anzi il processo di delegittimazione della istituzioni democratico-borghesi lo si vede in tutti i paesi aderenti all’Unione Europea dove va di moda fare vuota retorica sulla politica che “costa troppo”, sulla diminuzione del numero di parlamentari, sul “si vota troppo di frequente”, sul fatto che i politici “litigano”, sul fatto che i partiti sono inutili, ecc. scordandosi che il sale della democrazia è proprio il “conflitto” dialettico fra valori e idee, che queste sono forgiate proprio grazie ai partiti e che quella sorta di unanimismo interclassista che si fa strada è la prima tappa verso un regime post-democratico basato sull’apatia, contornato da un clima mieloso di “volemose bene” in cui si teme quasi il confronto. E personalmente mi rendo conto che questa filosofia distruttiva e profondamente anti-democratica viene trasmessa ai giovani nelle scuole (quelle poche volte in cui la scuola smette di essere un mondo ovattato timoroso della società).

Di recente si è quasi condannato un deputato (era leghista, ma non importa) perché avrebbe presentato troppe interpellanze e mozioni. Non entro nel merito dei contenuti delle stesse (che spesso non ho condiviso), non è questo il punto: ma il lavoro di un parlamentare è proprio quello di interpellare il governo! Criticare il troppo attivismo dei politici perché “costa” in termini di funzionari incaricati di trovare le risposte, è rischiosissimo: è un primo passo verso la la messa in discussione della stessa democrazia rappresentativa e crea una mentalità di quasi assoluta collegialità fra legislativo ed esecutivo, ossia una prospettiva corporativa basata su un autocensura preventiva. Così ha deciso nella sessione di febbraio la maggioranza del Granconsiglio (contrario l’esponente MPS-PC) e di recente sono stato uno dei pochi che nel consiglio comunale di Bellinzona si è opposto a una mozione che voleva limitare il numero di interventi in discussione dei consiglieri… ma se in un parlamento si limita il dibattito che parlamento è?

Questi attacchi vengono rivolti oggi alla Lega, ma domani potrebbero essere rivolti anche contro la sinistra di opposizione (non certo quella che esiste solo per ripetere in salsa socialista quello che decidono i liberali), quindi quando leggo chi da sinistra si unisce al coro anti-leghista senza approfondire e capire la vera posta in gioco, mi rendo conto di quanti passi indietro la cultura del socialismo abbia fatto in questi anni e mi rinfranco nella convinzione che bisogna riscoprire la nostra identità di sinceri socialisti e comunisti riuniti nella lista MPS-PC.

 Massimiliano Ay, candidato al Granconsiglio per la lista 3 MPS-PC

 


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L’oro è pur sempre meglio dell’euro

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Vorrei provare a riflettere sulla recente votazione inerente l’iniziativa “Salviamo l’oro della Svizzera” lanciata dall’UDC. Essa, nonostante la bocciatura popolare, non può essere semplicemente archiviata senza una seria riflessione sul futuro del nostro Paese nel contesto dei cambiamenti geo-economici in atto. Cambiamenti su cui la sinistra e i sindacati non si sono nemmeno chinati, con l’eccezione del Partito Comunista che aveva, non a caso, invitato a sostenere la proposta di riforma. Fa male vedere una sinistra prostrata ai diktat del capitalismo atlantico accecata da un cosmopolitismo (che con l’internazionalismo c’entra poco) che porterà nel baratro anche i salariati del nostro Paese.

In pochi hanno analizzato il problema posto in discussione dall’UDC nel modo adeguato, ossia dal punto di vista della fase monetaria: quello cui stiamo assistendo è in effetti uno sviluppo dei rapporti di forza a favore dei paesi cosiddetti BRICS, in un contesto di decadimento del modello di sviluppo dell’Occidente. E ciò comporta anche un progressivo abbandono del dollaro quale moneta di riferimento per la transazioni internazionali. Basti pensare che proprio l’abbandono della banconota verde nel commercio estero era stato proposto dall’Irak e dalla Libia: non è certo un caso se questi paesi sono stati poi travolti da guerre volute da Washington.

E mentre la Russia costruisce nuove alleanze economiche euroasiatiche (a partire da Bielorussia e Kazakistan) con l’utilizzo delle monete nazionali al posto del dollaro, dal canto suo la Cina non sta solo procedendo a internazionalizzare il suo renminbi (che è una valuta inconvertibile, come tradizione nei paesi socialisti), ma ha proposto di entrare in una nuova fase monetaria costituendo un paniere di valute come nuova moneta di riferimento internazionale (una sorta di Bancor di keynesiana memoria). E’ tuttavia probabile che, prima di arrivare a questa situazione, si determini un passaggio intermedio in cui l’oro potrebbe giocare un ruolo notevole nella scelta dei protagonisti geo-economici del futuro: non è quindi strano che all’estero la votazione in questione abbia suscitato più dibattito che da noi. Peraltro proprio i BRICS stanno acquistando grosse quantità di metallo giallo (si pensi che la Cina ha addirittura riaperto le miniere d’oro ormai ineconomiche, divenendone così il primo estrattore a livello mondiale) e l’Ucraina – diventata con il golpe una colonia americana – ha ceduto agli USA le proprie riserve auree! E in Svizzera, invece, si sentiva dire che l’oro è anacronistico…

La domanda da porsi è: come attraversare indenni la transizione alla prossima fase monetaria su cui i paesi emergenti stanno ragionando? Di certo non con un franco svizzero vincolato all’euro in crisi, come voluto dai fautori del cambio fisso 1,2! Ecco che invece l’oro avrebbe potuto rappresentare il “salvagente” adeguato, un cosiddetto “bene rifugio”: al di là dell’oscillazione di breve periodo del metallo giallo, esso è infatti l’unico mezzo che può supportare il cambiamento geo-monetario che si sta preparando.

Obama sa che è in corso una fuga dal dollaro: per questo sta imponendo all’Europa la totale dipendenza da Washington (e la crisi ucraina va letta anche in questo senso). La Svizzera ha però una chance, valorizzando la propria neutralità, di salvarsi da questa morsa di un impero che sta crollando. Insomma la nostra economia ha un futuro reale unicamente se saprà rendersi maggiormente sovrana rispetto agli attuali partner atlantici (cioè UE e USA) e aprirsi piuttosto alla cooperazione coi BRICS. I rapporti di forza internazionali, come detto, stanno mutando radicalmente: Berna, poverissima di materie prime, potrà evitare la crisi dell’Occidente solo dotandosi di ricchezze minerarie, come appunto l’oro, grazie al quale poter ambire a sedersi al tavolo delle trattative nella costruzione del nuovo paniere di monete. O il franco svizzero entrerà a farne parte, oppure dovrà riuscire a conquistarne un cambio preferenziale. In caso contrario rivivremo il pessimo esempio italiano con il passaggio dolorosissimo – in primis per il potere d’acquisto dei lavoratori – dalla lira all’euro.

Non tutto è perduto, ma una politica economica sovrana per la Svizzera è quanto mai necessaria. E ciò non significa né diventare dipendenti di UE e USA come vorrebbe certa sinistra irresponsabile, né chiudersi a riccio sognando mondi autarchici come vorrebbe certa destra nazionalista. E’ piuttosto la  cooperazione multilaterale, dove una Svizzera neutrale potrebbe fungere da ponte fra l’Occidente e i BRICS, la soluzione per cui il Partito Comunista sta lavorando anche con i suoi numerosi contatti esteri, diplomatici e non.

Massimiliano Ay, candidato al Consiglio di Stato e al Granconsiglio per la lista MPS-PC


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A un anno dal 9 febbraio, rivotare non ha senso!

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E’ trascorso un anno dalla votazione del 9 febbraio 2014 denominata “contro l’immigrazione di massa”. Un’iniziativa che personalmente non avevo sostenuto, ma i cui esiti impongono una seria riflessione. Anzitutto ricercando le ragioni di un tale risultato: i motivi che hanno portato la popolazione a votare quell’iniziativa vanno a mio avviso infatti ricondotti alla subalternità del governo svizzero nei confronti dell’UE e, nel contempo, alla sua totale incapacità di affrontare i problemi sociali nelle zone di frontiera, così come spesso indicato dal Partito Comunista.

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Maggiore libertà ai giovani, niente più scuola reclute!

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Il Gruppo per una Svizzera senza Esercito (GSsE) ha lanciato, con il sostegno in Ticino del Sindacato Indipendente degli Studenti e Apprendisti (SISA) e della Gioventù Comunista, un’iniziativa popolare per abolire il servizio militare obbligatorio a cui ancora oggi in Svizzera, caso sempre più raro in Europa, i giovani sono chiamati. Fra i contrari a questa iniziativa vi sono, però, anche personalità della sinistra, i quali – seppur anti-militaristi – temono che, abolendo la leva obbligatoria, l’esercito si trasformi in un’armata di pericolosi mercenari. Un esercito di leva, invece, sarebbe sinonimo di maggior controllo democratico, proprio in quanto “di popolo”. Analisi, questa, che fa acqua solo osservando la storia dei vari golpi e delle varie giunte dittatoriali; e peraltro basterebbe ricordare che – come ricordava lo scrittore Max Frisch – la “milizia” svizzera non ha quasi mai sparato, ma quando ha sparato lo ha fatto contro operai (svizzeri) in sciopero, contro cioè il proprio stesso popolo!

Friedrich Engels, fondatore con Karl Marx del socialismo scientifico e del movimento comunista, nel dicembre 1891 scrisse nel saggio “Il socialismo in Germania” (pubblicato sull’almanacco del partito operaio francese, oggi PS): “si diventa elettori a 25 anni, soldati a 20, ma proprio perché noi reclutiamo i nostri adepti soprattutto fra i giovani, se ora abbiamo già un soldato su cinque, ben presto ne avremo uno su tre; e intorno al 1900, l’esercito – prima tipico elemento prussiano del nostro paese – diventerà in maggioranza socialista”. Engels sbagliava, come faceva notare il fondatore del Partito Comunista di Germania (KPD) Karl Liebknecht, e la prima guerra inter-imperialista mondiale (con il connesso tradimento dell’Internazionale Socialista) lo hanno drammaticamente dimostrato sulla pelle degli operai mandati a sparare contro altri poveracci.

Insomma: la leva obbligatoria è stata forse introdotta dalla borghesia al potere per “ingenuità”? Certo che no! La borghesia sapeva benissimo che così facendo ampi strati del proletariato (influenzato dal movimento comunista) sarebbero entrati nell’esercito e sarebbero stati armati, ma confidava nel fatto che – come peraltro già Marx sosteneva nel “Manifesto” del 1848 – le idee dominanti nel popolo sono le idee della classe dominante! Con la leva obbligatoria la borghesia assumeva insomma un enorme potere di controllo sociale sulle fasce popolari, che estendeva oltre modo quello che già prima esercitava attraverso la chiesa e in parte la scuola. Liebknecht avvertiva Engels di questo pericolo, facendogli presente come nelle scuole reclute vi fossero lezioni teoriche di nazionalismo e addirittura di demonizzazione del socialismo. Oggi, a un secolo di distanza, la situazione non è molto diversa: nell’esercito “di difesa” e “di popolo” svizzero, infatti, i corsi teorici a favore delle missioni di “peace keeping” (nuovo termine per nascondere il concetto di “imperialismo” e di supremazia dell’Occidente) non mancano. E alla scuola quadri dello Stato Maggiore di Kriens si trova anche un ufficio preposto alla trasmissione nei soldati della “Dottrina”. Sarà forse la dottrina dell’emancipazione degli ultimi, della solidarietà fra i popoli e della pace nel mondo? Quello, insomma, che più ci vorrebbe al mondo in questo momento di crisi e di tensioni geopolitiche? Ne dubitiamo! Anzi, pare – con la recente decisione di limitare l’accesso al servizio civile per gli obiettori di coscienza e con il tentativo di inviare truppe in Somalia in difesa delle multinazionali occidentali che ne saccheggiano le risorse – che il nostro governo si stia muovendo in una direzione opposta, sostanzialmente bellicista anche se coperta da una bella (quanto ormai vuota) “neutralità”.

Di fronte a Berna che spinge per un ruolo anche offensivo e non solo difensivo del nostro esercito, di fronte all’UE che si sta militarizzando, di fronte ai decadenti USA che cercano di uscire dalla crisi con provocazioni guerrafondaie (Iran, Corea, Cina, Honduras, Ecuador, ecc.), vale quanto diceva Albert Einstein tanti anni fa: “i pionieri di un mondo di pace sono i giovani che rifiutano il servizio militare”!

Massimiliano Ay, segretario del Partito Comunista

  • Articolo apparso su: “Il Corriere del Ticino” dell’8 gennaio 2011

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La scuola di Nicola Pini (PLR) è ferma agli anni ’60

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Settimana scorsa un articolo del vicepresidente PLR Nicola Pini poneva l’accento sulla valorizzazione della formazione professionale come alternativa alle scuole medie superiori. Pini descriveva tale via come importante per il Ticino e proponeva come incentivo un potenziamento dell’orientamento scolastico e un maggiore sostegno alle aziende formatrici di apprendisti.

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Trasporti pubblici gratuiti. Il PS si ricorderà di votare a sinistra?

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Il Granconsiglio ticinese tornerà a chinarsi sul tema dei trasporti pubblici gratuiti per i giovani in formazione. Si tratta di una rivendicazione storica del movimento studentesco del nostro Cantone: fu infatti alla base della piattaforma con cui i liceali nel 2003 scesero in sciopero. Negli anni successivi, regolarmente, il tema è poi tornato alla ribalta sia in Granconsiglio, sia sul territorio con numerose petizioni della Gioventù Comunista.

L’ultima volta che se ne discusse a livello istituzionale fu nel 2012. E in mancanza dei voti “socialisti” la proposta andò a farsi benedire! Il 15 marzo di quell’anno sul sito del Partito Socialista, nella rubrica (mica tanto satirica) del “Folletto rosso”, infatti, si affermava che i trasporti pubblici gratuiti per i giovani in formazione (allora fino a 25 anni) proposti dalla Lega dei Ticinesi (su un’idea che era in realtà dei comunisti) sarebbero nientemeno che un “privilegio” di tipo giovanilista. L’allora presidente del PS, Manuele Bertoli, ne fu addirittura relatore per la Commissione della Gestione incaricata di analizzare il dossier. Il PS andava così esplicitamente contro non tanto alla Lega, quanto piuttosto al Partito Comunista e agli ecologisti (e agli stessi giovani socialisti).

Altro che “privilegio”! La proposta di istituire dei trasporti pubblici gratuiti (in questa nuova variante limitata fino ai 18 anni di età) va accolta perché non si tratta solo di favorire i giovani (che molto spesso si trovano peraltro in una situazione di precarietà occupazionale e finanziaria), ma avrebbe una forma di salario indiretto e consisterebbe in un aiuto concreto alle famiglie delle classi popolari, le quali non passa anno che devono pagare i continui aumenti degli abbonamenti di bus e treni. Insomma, speriamo che il PS questa volta non fallisca clamorosamente nell’analisi e non veda privilegi dove invece ci stanno i diritti.

Poco importa se la proposta odierna ha la paternità della Lega: da comunista io bado alla sostanza delle cose. La richiesta di trasporti pubblici gratuiti, proveniente dagli studenti in lotta e dai giovani comunisti, consiste in un importante paracadute sociale, oltre che a un incentivo a favore dell’ambiente. Certamente lo vorremmo esteso anche ad altre fasce di popolazione, come gli anziani che percepiscono la complementare AVS, perlomeno con una calmierazione dei prezzi, tuttavia come primo passo non va sottovalutato.

E che dire in conclusione? Auguriamoci che questa volta il PS non sbagli di nuovo voto e la sinistra resti unita almeno su questi diritti sociali da conquistare.

Massimiliano Ay, candidato al Consiglio di Stato e al Granconsiglio per la lista MPS-PC