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La faziosità anti-cubana

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Il settimanale “Azione” edito dalla Migros, nel suo ultimo numero (5 dicembre 2016), ho dato ampio spazio alla scomparsa del leader cubano Fidel Castro. Ognuno può scrivere quello che vuole e ogni giornale ha diritto di scegliersi la linea editoriale che più gli aggrada (o meglio: che più aggrada a chi la finanzia!). La cosa che però non sopporto è quando non si vuole ammettere il proprio essere di parte: “Azione” dimostra di essere un giornale di destra! Il che è assolutamente legittimo, sia chiaro: ma almeno lo si dica esplicitamente! Quattro articoli dedicati a Cuba: neanche mezzo che portasse una visione almeno vagamente positiva dell’Isola!

L’editoriale in prima pagina, firmato da Peter Schiesser, è tutto sommato equilibrato: naturalmente si capisce benissimo che Schiesser tira politicamente un bilancio negativo della Rivoluzione cubana, ma lo fa con professionalità. Diversamente gli altri contributi: a iniziare dall’articolo dal taglio “psicologico” di Luciana Caglio in cui non solo ridicolizza i membri del mio Partito (peraltro quasi tutti nati dopo il 1989) come dei patetici nostalgici per avere commemorato Fidel, ma paragona vigliaccamente il rispetto tributato al grande rivoluzionario, con quello – che non esiste! – per il tiranno spagnolo Francisco Franco!

Più importante lo spazio dato a una giornalista cubano-americana, tale Achy Orejas che scrive sul “New York Times”: non è un articolo di informazione, è un componimento scolastico personale un po’ strappalacrime, quel tanto che basta per piacere al buonismo dilagante. La quintessenza della faziosità è invece il testo scritto dalla tristemente famosa Angela Nocioni. Acerrima nemica di Cuba e del Venezuela, tale giornalista ha un odio viscerale, espresso ovunque senza contegno, per tutto quello che non è succube ai diktat dello Zio Sam. Si parla di lutto “obbligatorio”, di cittadini terrorizzati dalle spie, e i soliti cliché mai verificati che si usano normalmente per denigrare un paese sovrano – qualsiasi sia la sua ideologia – che ha semplicemente la “colpa” di dire No alle ingerenze atlantiche.

Nocioni non solo dice bugie (dal divieto del “rock’n roll” all’omofobia di regime) ma definisce Fidel Castro un “monarca disinteressato ai suoi sudditi”: al di là delle forme di partecipazione dal basso che esistono a Cuba nelle scuole, sui posti di lavoro, nelle associazioni di massa e nelle assemblee popolari, persino organizzazioni non certo bolsceviche come l’ONU, l’UNICEF, ecc. sono costrette ad ammette le conquiste sociali, educative, sanitarie, ecc. dell’Isola: la Nocioni nega persino queste! Questa è la vera propaganda!

Massimiliano Ay, segretario politico del Partito Comunista


Su Pietro Ingrao, con rispetto ma senza ipocrisia

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Il Partito Comunista ha onorato la memoria di Pietro Ingrao, recentemente scomparso, e ha inviato una delegazione alla camera ardente allestita a Montecitorio per rendere omaggio alla salma e firmare il libro delle condoglianze. Lo abbiamo fatto per rispetto nei confronti di un importante militante che ha rappresentato – nel bene o nel male – la storia più viva della sinistra e del movimento operaio italiano. Pietro Ingrao ha vissuto 100 anni: molti di essi al servizio del socialismo, gli altri in modo più ambiguo e confuso. Noi ricordiamo con stima il primo Ingrao come un dirigente comunista di spessore e creativo, mentre valutiamo l’ultimo Ingrao – su strade che ormai differivano dalle nostre – da un punto di vista umano.

Lungi dal Partito Comunista, insomma, voler santificare Pietro Ingrao, come invece sembra voler andare di moda oggi, dove prevale ipocrisia e superficialità anche fra i comunisti, per non parlare del mondo della politica e del giornalismo. Noi contestiamo duramente, infatti, molte svolte di cui Pietro Ingrao si è reso protagonista negli ultimi anni. La sua definizione di Cuba come una “dittatura”, il suo sostegno alla guerra neo-coloniale contro la Libia, la sua totale abiura di Mao non corrispondono alla nostra visione della società e della storia: su questo non devono esserci dubbi! Così come non ci appartiene il suo tentativo, ormai sul finire della sua vita, di denigrare Lenin e di vedere nel leninismo i tratti del fallimento del socialismo reale e dello stesso PCI.

Ma nel contempo chiniamo le nostre bandiere nei confronti dell’uomo che ha combattuto il fascismo e che è stato al fianco di Palmiro Togliatti nella costruzione del “Partito nuovo”, quel PCI che divenne una straordinaria forza politica di massa sul piano proletario. E rispettiamo la fermezza del dirigente che – nonostante il difficilissimo contesto internazionale e sapendo di dichiarare concetti impopolari – scrisse l’editoriale “Da una parte della barricata, in difesa del socialismo” riconoscendo – pur nelle critiche doverose – l’importanza di un’Europa dell’Est non subalterna all’imperialismo. Di lui lodiamo anche il senso etico che lo portava a intervenire a tutela dei diritti dei giovani repressi dalla polizia negli anni ’60, nonostante fossero di altre collocazioni ideologiche, fatto questo testimoniato persino da un troskista come Antonio Moscato, e in generale la sua volontà di dialogare con le nuove generazioni e i movimenti.

A Ingrao va poi reso merito di aver saputo riconoscere nel centralismo democratico uno dei valori fondanti del militante leninista e lo dimostrò addirittura “esagerando”, mancando in quel caso però di cogliere il momento storico in atto: quando il PCI decise di suicidarsi con la svolta della Bolognina, lui pur contrarissimo e avendo presentato un documento ostile a tale prospettiva, per disciplina e per non volersi staccare dalle masse popolari, seguì la maggioranza e restò nel “gorgo” – come diceva lui stesso – optando per la via riformista (che oggi è degenerata come prevedibile in un progetto neo-conservatore chiamato Partito Democratico), ma anche in quell’occasione affermò che occorreva in ogni caso “tenere aperto l’orizzonte del comunismo”, situazione che si concretizzò nel 2004 con la sua adesione a Rifondazione Comunista. Egli ha provato regolarmente e in piena libertà a lottare apertamente nel Partito e per il Partito, conscio che senza organizzazione non c’è emancipazione possibile, senza derive individualiste come molti hanno preferito invece fare nei momenti di difficoltà della sinistra, ed è in particolare questo Pietro Ingrao a meritare la nostra stima.

Massimiliano Ay, segretario politico del Partito Comunista


L’euroscetticismo è un tema che non va regalato a Verdi, UDC e Lega!

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Discorso di Massimiliano Ay (Partito Comunista) alla “ManiFesta” del 28 marzo 2015 contro l’adesione strisciante all’Unione Europea!

Cosmopolitismo non è internazionalismo!

Vi porto il saluto mio personale e del Partito Comunista. Molti di voi si chiederanno che cosa ci fa un partito di sinistra, uno che, come me, si definisce ancora internazionalista, qui oggi in questa piazza con la bandiera del Ticino davanti. La domanda è legittima perché la sinistra maggioritaria per anni ha voluto far credere che essere europeisti equivalesse ad essere socialisti o comunisti, il che è falso. Anzitutto essere internazionalisti significa riconoscere la sovranità e l’autodeterminazione delle nazioni, la loro cultura e le loro tradizioni, e questo lo diceva il leader comunista Vladimir Lenin. Il resto si chiama cosmopolitismo ed è un’ideologia borghese trapiantata nella socialdemocrazia, ma che è estranea al movimento operaio.

L’UE è un insulto al socialismo!

Pochi anni fa l’ex-presidente del Partito Socialista Svizzero Hans Jürg Fehr definiva l’Unione Europea “un progetto socialista”. E’ una sciocchezza colossale, un insulto ai tanti socialisti onesti di un tempo e ai lavoratori. L’UE di socialista oggi non ha niente: è l’UE delle banche, è l’UE della precarietà e della deregolamentazione del mercato del lavoro, è l’UE dell’austerità con cui si taglia a destra e a manca sul sociale e sulla scuola, è l’UE che promuove attivamente il neo-colonialismo economico con le sue multinazionali, ma è anche l’UE della guerra (ad esempio in Libia, un paese che era laico e controllava i flussi migratori) e dei colpi di stato (come in Ucraina, per costringere a rompere le relazioni con la Russia) e per di più al servizio degli Stati Uniti, i gendarmi del mondo. Tutto questo non è di sinistra, è semmai un insulto al socialismo!

Il disastro greco

Guardiamo alla Grecia: prima dell’attuale governo formato da comunisti e patrioti, la Banca Centrale Europea aveva imposto un governo che non era stato eletto da nessuno: era stato imposto dai poteri forti di Bruxelles, bypassando non solo il popolo, ma l’indipendenza stessa dello Stato. Un paese senza sovranità popolare è una nazione in cui – al di là delle quisquiglie di forma – non vi sono in realtà vere istituzioni democratiche. Il commissariamento della Grecia non aveva solo portato alla perdita della sovranità, ma ha distrutto – in men che non si dica – quarant’anni di conquiste sociali ottenute spesso a caro prezzo da generazioni di lavoratori che oggi, organizzati dal sindacato PAME, dai comunisti del KKE e di SYRIZA, cercano di resistere con dignità e combattività a quella che viene definita come una vera e propria dittatura del capitalismo globalizzato. Lo sapevate che Bruxelles, durante gli scioperi in Grecia, aveva messo in moto le truppe della “EuroGendFor”, la famigerata Gendarmeria Europea? Le truppe si trovavano nascoste in una base militare nella città greca di Larissa, pronte a intervenire contro i cittadini rivoltosi. E questo la dovremmo chiamare integrazione europea e democrazia?

La nostra valuta non si tocca!

Come Partito Comunista abbiamo rifiutato – quasi isolati a sinistra – al cambio fisso franco-euro: vincolare la nostra moneta alla valuta europea è stata una decisione pericolosissima che poteva far sprofondare il franco. E per lo stesso motivo abbiamo sostenuto l’iniziativa che veniva dalla destra, ma che era giusta, inerente le riserve auree della Banca Nazionale: svendere l’oro agli Stati Uniti è una vergogna!

Finalmente fuori dal Partito della Sinistra Europea!

Oggi noi ribadiamo il nostro NO all’adesione, vera o strisciante che sia, del nostro Paese all’Unione Europea imperialista e guerrafondaia. E per far questo sono fiero di comunicarvi che il Partito Comunista non fa più parte del Partito della Sinistra Europea (SE), perché siamo un partito comunista indipendente, amico di tutti i popoli del mondo, ma ancorato alla nostra realtà per una Svizzera che sia neutrale, sociale e sappia cooperare con tutti i paesi, ma rifiutando le pratiche imperialiste e neo-colonialiste.

Il 9 febbraio continuiamo a ritenerlo un errore!

Noi il 9 febbraio non abbiamo votato come ha fatto la maggior parte di voi: a noi non piaceva unire le questioni dei frontalieri con le questioni dei migranti economici, con le questioni dei ricongiungimenti familiari e di chi scappa da contesti fragili e da aree di crisi. E lo dico chiaramente anche oggi: quell’iniziativa a noi continua a non piacere! Il Consiglio federale si deve assumere la piena responsabilità politica di quel 9 febbraio. La subalternità del nostro governo nei confronti dell’imperialismo europeo e nel contempo la sua totale incapacità di affrontare i problemi sociali nelle zone di frontiera, così come spesso da noi indicato, è la causa di questa situazione. Bisogna introdurre al più presto i salari minimi per frenare il dumping, aumentare drasticamente il numero degli ispettori del lavoro, impedire le delocalizzazioni di siti produttivi nazionali e fermare la liberalizzazione del mercato del lavoro, nonché imporre in modo vincolante al padronato contratti collettivi di lavoro generalizzati. Nel contempo occorre riconvertire la nostra economia verso settori ad altissimo valore aggiunto. Chi oggi dice che bisognare rivotare per sbloccare la situazione creata il 9 febbraio sbaglia, e sbaglia gravemente! Rivotare significherebbe provocare e aizzare il malcontento. Il Partito Comunista dice invece di accettare che il popolo svizzero ha voluto dire basta ai diktat di Bruxelles, e di approfittarne.

Apriamoci alla cooperazione con i paesi emergenti

La Svizzera non può chiudersi a riccio, non siamo autarchici, lo sappiamo: occorre favorire ora nel modo più esplicito possibile la cooperazione internazionale di tipo win-win: Berna si apra quindi a partnership strategiche con i paesi emergenti, con i BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) cercando di limitare i danni economici con l’UE. La soluzione non è insomma la chiusura, ma lo sviluppo di relazioni di cooperazione nel contesto del multipolarismo che rifiutino le prassi neo-coloniali e che rispettino l’indipendenza dei popoli e i diritti dei lavoratori. La Svizzera lo può fare: ha un buon know how, ha una buona industria di punta, ha delle infrastrutture adeguate, ed è neutrale. Tanti paesi, meno arroganti di UE e USA, sarebbero disposti a costruire con noi un mondo mutipolare. Aprofittiamone! No quindi all’imperialismo europeo! No alla globalizzazione del capitale! Grazie a tutti per l’attenzione.

Massimiliano Ay, candidato al Granconsiglio per la lista 3 MPS-PC


In Venezuela la posta in gioco è il socialismo

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Nicolas Maduro – il successore designato prima di morire dal Presidente Hugo Chàvez – ha vinto le elezioni in Venezuela, nonostante l’opposizione filo-americana capeggiata da Henrique Capriles non ammetta la vittoria del candidato del Partito Socialista Unito venezuelano (PSUV).

La borghesia compradora attacca

Dopo 14 anni di Rivoluzione, la destra rappresentante della borghesia compradora ha sfruttato il passaggio storico determinato dal decesso di Chàvez per condurre una campagna elettorale all’attacco che ha messo a dura prova (benché non l’abbia sconfitta) la resistenza delle forze bolivariane. Negli ultimi tempi, infatti, gli esperti in marketing che seguivano Capriles hanno tentato di rifargli il look, creandogli un’aura sociale e definendolo come il “Lula venezuelano”, adducendo un maggiore “equilibrio” rispetto a Chàvez. Questa cosmesi è stata smascherata con le azioni violente messe in atto dopo il verdetto delle urne; tuttavia sarà probabilmente ripresentata al prossimo appuntamento sotto sembianze simili ma più affinate.

Il rifiuto di Capriles di riconoscere la vittoria di Maduro e la richiesta (peraltro fino all’ultimo mai formalizzata, ma solo declamata tramite i media) di ricontare le schede è stato un segnale nella direzione di un possibile scontro politico ancora più estremo che sarebbe potuto sfociare sia in un golpe (come successo invano nel 2002) sia in una guerra civile, che sarebbe probabilmente fatale non solo per il socialismo venezuelano, ma che avrebbe serie ripercussioni sul processo di trasformazione in corso in ampia parte dell’America latina. Nei prossimi mesi questi pericoli saranno una costante: sarà utile non solo che i rivoluzionari venezuelani stiano vigili, ma che il governo di Caracas sappia mettere in campo con la necessaria energia anche misure repressive a difesa della sovranità e della democrazia socialista. Se vi saranno serrate padronali o interruzioni della produzione (23 persone sono state arrestate dal 5 marzo ad oggi per sabotaggio alla rete elettrica) si dovrà rispondere l’occupazione operaia delle fabbriche, come in parte già sperimentato nel 2002, e il successiva esproprio. Tutte misure che Maduro ben conosce, avendole recentemente egli stesso ventilate.

Se dopo la Rivoluzione cubana, in effetti, gli USA espatriarono i borghesi; qui al contrario, li hanno foraggiati affinché restassero nel paese e dessero vita, sfruttando le libertà democratiche previste dalla Costituzione bolivariana, azioni di destabilizzazione con fini golpisti. Se tali nicchie borghesi esistono tuttora, però, non è solo a causa dell’ingerenza di Washington; ma anche perché il Venezuela non ha ancora compiuto nella sua totalità il processo rivoluzionario. Esistono infatti tuttora settori fondamentali sia nell’apparato statale sia nel settore dei media (che poi creano il consenso) sotto controllo privato, il che significa potenzialmente in mano all’imperialismo. Chàvenz ne era consapevole, da qui la sua esortazione a rafforzare i consigli comunali autogestiti, la socializzazione dei mass-media e della cultura, ecc. senza però cadere nell’illusione che “chiamando tutto socialista, uno può pensare che questo l’ho fatto, è a posto, è socialista, gli ho cambiato nome, è tutto a posto”, come avvertì una volta, invitando i compagni all’autocritica.

La questione dello Stato e delle elezioni

Il processo rivoluzionario venezuelano presenta caratteristiche particolari: è evidente che non siamo di fronte agli stessi metodi della Rivoluzione bolscevica. E tuttavia anche i “chavisti” si devono ora interrogare su come procedere: essere al governo non significa infatti ancora aver preso il potere! Il socialismo non si costruisce infatti semplicemente governando un paese che resta capitalista nella sua struttura. Ecco quindi che il tema della competizione elettorale con la borghesia attraverso le regole del liberalismo (da lei dettate) non può più venire eluso: le rivoluzioni non si fanno per via elettorale, anche se certamente da lì possono partire. Esse devono poi, però, saper sviluppare elementi di contro-potere con vocazione egemonica. Tale riflessione è necessaria per evitare non solo scenari fascisti (come quelli che schiacciarono l’esperienza cilena di Allende), ma anche scenari di cocenti sconfitte elettorali (come quella del 1990 ai danni del Nicaragua sandinista).

Le elezioni parlamentari di tipo liberale, per quanto necessarie tatticamente in ottica marxista, sono pur sempre il terreno che più conviene alla borghesia. Non c’entra quindi molto il “debole” carisma di Maduro rispetto a quello di Chavez: per quanto la comunicazione sia importante, questa è una’analisi che si limita al dato sovrastrutturale e quindi è di per sé debole. Il “chavismo” ha infatti un suo blocco storico e le aspirazioni anti-imperialiste delle masse vanno ben oltre il semplice leader carismatico, soprattutto oggi dopo 14 anni di bolivarismo. Non va peraltro banalizzato il fatto che l’opposizione compradora di Capriles eserciti ora una guerra psicologica che – se le strutture dello Stato (liberale) venezuelano non verranno superate – potrebbe trasformarsi in qualcosa di peggio. Chàvez ne era cosciente: di recente aveva esplicitamente fatto riferimento proprio alla concezione leninista dello Stato come apparato non neutrale ma di classe.

Il socialismo, infatti, può avanzare dopo una prima fase riformatrice (e non riformista!) che Chàvez ha saputo costruire rimanendo nelle contraddizioni del sistema borghese attraverso una sempre più chiara pianificazione economica (pur con tutti i margini di mercato ancora necessari) e con una progressiva forma di controllo operaio delle industrie e di comitati popolari di difesa della Rivoluzione nei quartieri.

Intensificare il processo rivoluzionario

Se lo Stato bolivariano vuole garantirsi una continuità, è necessario che i suoi vertici procedano nella riscoperta di Lenin: una rottura vieppiù definitiva con le forme istituzionali tipiche del sistema borghese-democratico deve quindi essere posta all’ordine del giorno, così come una lotta senza remore a quei centri di potere economico che servono all’oligarchia per costruirsi il consenso. In quest’ottica l’intenzione espressa da Maduro di integrare il Partito Comunista del Venezuela (PCV) nella Direzione politico-militare della Rivoluzione è un passo corretto. Si tratta infatti ora di procedere nella costruzione materiale del socialismo, adottando un adeguato programma di fase marxista con tre misure centrali: 1) il totale passaggio sotto il controllo dello Stato della Banca Nazionale (per impedire ogni manovra speculativa); 2) la statalizzazione di tutto il settore del commercio estero (per porre fine all’utilizzo da parte della borghesia del sistema di transazioni per i titoli di valuta estera e 3) il lancio di una campagna di industrializzazione nell’ottica di estendere le attività produttive statali, utilizzando le risorse petrolifere in questa prospettiva. Dopo aver mitigato i divari sociali più gravi, insomma, bisogna investire nelle infrastrutture: senza la creazione di solide basi economiche, infatti, non vi è socialismo possibile, come peraltro insegna la strategia della Cina. E ciò tenenendo però presente il monito di Chàvez: “non dobbiamo continuare ad inaugurare fabbriche che siano come un’isola, attorniate dal mare del capitalismo, perché altrimenti il mare le inghiotte”.

Le premesse per fare bene ci sono tutte: il “Piano della Patria” ripreso da Maduro è infatti la stessa piattaforma programmatica annunciata da Chavez nella sua ultima campagna elettorale (ottobre 2012) che prevede lo sviluppo economico e delle infrastrutture, l’approfondimento delle riforme sociali, il rafforzamento della sovranità nazionale nell’ottica di una più ampia dell’integrazione latino-americana in relazione alla lotta anti-imperialista sul piano internazionale e l’aumento del protagonismo popolare per garantire la transizione socialista e per vigilare che non vi siano forme di infiltrazione borghese negli apparati statali e militari, come peraltro ha chiarito in un’intervista al quotidiano tedesco “JungeWelt” Adán Chávez, fratello di Hugo, che non ha nascosto problemi di corruzione e di burocratismo in alcuni settori dello stesso PSUV, sia di opportunisti arrivisti in camicia rossa sia di membri di quella parte di borghesia nazionale finora fedele a Chàvez (la quale per convenienza si era convertita al socialismo) ma che potrebbe ora frenare dall’interno la Rivoluzione.

“…la lucha sigue”

Dalle elezioni dell’ottobre 2012 le forze bolivariane hanno perso 680mila voti, in buona parte a favore di Capriles. E’ un dato importante che deve servire a correggere gli errori: a partire da un maggior controllo e selezione dei quadri politici e da una conseguente epurazione dall’apparato di chi non si dimostra degno di fiducia. Ma tutto ciò, come abbiamo visto, non avrà effetti duraturi se nel contempo non si intensificherà la lotta contro le sacche rimaste di capitalismo e di potere (ideologico ed economico) borghese e se non si favorirà un ulteriore coinvolgimento dei salariati sui posti di lavoro, degli studenti nelle scuole, delle classi popolari nei quartieri e nei villaggi. La destra non è forte sul territorio: è qui che la supremazia bolivariana non deve lasciarle spazi.

Il pericolo più serio, forse, non è tanto la possibilità di un golpe, ma la guerra di logoramento che condurrà la borghesia compradora: la lacune nella gestione dello Stato possono portare un certo malumore fra gli stessi ambienti “chàvisti”: la destra ha attivamente lavorato (a volte con la complicità dei burocrati sindacali) come lo fece peraltro con Allende a esasperare la popolazione attraverso il metodico taglio dei rifornimenti di prodotti essenziali (alimentari, energia, ecc.) e facendo cadere la colpa sull’inefficienza del governo socialista. In altri momenti potrebbero anche scatenare attentati terroristici (lo fecero in Nicaragua dove fu ucciso anche il giovane cooperante svizzero Maurice Demierre). Tutto ciò – con la martellante campagna denigratoria contro Maduro – facilita la diserzione di numerosi votanti bolivariani.

Nonostante questo articolo, pur ribadendo la necessaria umiltà e rispetto, ponga volutamente e con franchezza i punti ancora critici nel processo venezuelano, bisogna sottolineare che i rapporti di forza sono ben favorevoli ai fautori del socialismo: fino al 2016 in parlamento vi sono 95 deputati chavisti su 165 e Maduro sarà sostenuto da 20 dei 23 governatori sul territorio nazionale, oltre che dagli importanti partner geostrategici anti-imperialisti. C’è ora il tempo, per la direzione politico-militare della Rivoluzione, di fortificare la magnifica esperienza di pace, democrazia partecipativa e solidarietà di classe che rappresenta il Venezuela. E non abbiamo dubbi che ciò avverrà. Come si legge nella dichiarazione del Partito Comunista ticinese dello scorso 5 marzo: “Chavez ha restituito speranza non solo al suo popolo e all’intera America latina depredata da Washington e dai suoi lacché, ma a tutti i progressisti del mondo. Egli ha affrontato con coraggio l’imperialismo statunitense, ha gettato le basi per una nuova transizione alla società socialista e per un mondo multipolare retto da relazioni eque e pacifiche fra le nazioni, e ha lavorato giorno dopo giorno per migliorare le condizioni di vita dei lavoratori e delle fasce popolari”. L’insegnamento di Hugo Chàvez è così profondo che non possiamo non concludere questo testo con la sicurezza che tutti i venezuelani onesti e le persone di buona volontà sul pianeta ancora commossi dalla sua morte, hanno in chiaro che Chàvez vive e che …la lucha sigue!

  • Questo articolo è stato pubblicato sul nr. 1 della rivista #politicanuova (link) del luglio 2013.