Category Archives: Sicurezza e diritti

Sicurezza privata in ambiti sensibili? No grazie!

MOZIONE

Appaltare la gestione della sicurezza ad aziende private può facilmente rivelarsi pericoloso, come peraltro casi recenti hanno dimostrato. Quello della sicurezza è infatti un settore estremamente delicato che non può limitarsi alla mera repressione, ma necessita di una adeguata formazione psico-pedagogica (e non solo) riguardante la gestione dei conflitti, che peraltro dubitiamo possa essere acquisita con le sole 8 ore di psicologia e 5 di diritto previste della formazione atta all’ottenimento del certificato CPSICUR.

La presente mozione parte dalla constatazione che né la Legge sulle attività private di investigazione e di sorveglianza del 1976 (aggiornata nel 2013) né il Concordato sulle prestazioni di sicurezza effettuate da privati del 2010 pongono con sufficienza dei limiti a tali attività di polizia privata né nei luoghi sensibili né nel rapporto con il principio del monopolio della forza: l’art. 10 del suddetto Concordato si limita a sostenere al riguardo che naturalmente “nell’esercizio delle loro funzioni, gli agenti di sicurezza (…) rispettano il monopolio della forza pubblica”.

Si invita conseguentemente il Consiglio di Stato:

  • da un lato a valutare il divieto per l’ente pubblico di esternalizzare mandati ad agenzie di sicurezza private perlomeno in ambiti sensibili quali: centri per richiedenti l’asilo, laboratori di ricerca con presenza di sostanze tossiche, istituti scolastici e altre strutture ritenute particolari in quanto legate a contesti potenzialmente fragili.
  • In secondo luogo, preso atto del Rapporto del Consiglio Federale sulle aziende di sicurezza private del 2 dicembre 2005 in risposta al postulato Stählin, in cui si legge come “plusieurs législations cantonales prévoient expressément que les personnes physiques ou morales actives dans le domaine de la sécurité ne disposent pas de compétences relevant de la puissance publique (…)” ma che fra di esse non risulta la legislazione ticinese, di valutare che nella legge cantonale figuri espressamente che quanto viene compiuto nell’esercizio delle prerogative del potere statale (“puissance publique”) non possa essere in nessun caso delegato ad agenzie private di sicurezza.

La nuova moda dei benpensanti: risparmiare sulla democrazia!

Ci troviamo in un contesto di svilimento delle istituzioni e non è un caso se questa campagna elettorale è, perlomeno a mia memoria, una delle più piatte e meno sentite dalla popolazione. Iniziata con il calciomercato dei candidati, la campagna si è in seguito occupata di gossip, mentre i grandi assenti sono i temi, con una progettualità che rasenta lo zero e tante illusioni vendute quasi fossero prodotti commerciali.

Non si tratta certo di una peculiarità ticinese, anzi il processo di delegittimazione della istituzioni democratico-borghesi lo si vede in tutti i paesi aderenti all’Unione Europea dove va di moda fare vuota retorica sulla politica che “costa troppo”, sulla diminuzione del numero di parlamentari, sul “si vota troppo di frequente”, sul fatto che i politici “litigano”, sul fatto che i partiti sono inutili, ecc. scordandosi che il sale della democrazia è proprio il “conflitto” dialettico fra valori e idee, che queste sono forgiate proprio grazie ai partiti e che quella sorta di unanimismo interclassista che si fa strada è la prima tappa verso un regime post-democratico basato sull’apatia, contornato da un clima mieloso di “volemose bene” in cui si teme quasi il confronto. E personalmente mi rendo conto che questa filosofia distruttiva e profondamente anti-democratica viene trasmessa ai giovani nelle scuole (quelle poche volte in cui la scuola smette di essere un mondo ovattato timoroso della società).

Di recente si è quasi condannato un deputato (era leghista, ma non importa) perché avrebbe presentato troppe interpellanze e mozioni. Non entro nel merito dei contenuti delle stesse (che spesso non ho condiviso), non è questo il punto: ma il lavoro di un parlamentare è proprio quello di interpellare il governo! Criticare il troppo attivismo dei politici perché “costa” in termini di funzionari incaricati di trovare le risposte, è rischiosissimo: è un primo passo verso la la messa in discussione della stessa democrazia rappresentativa e crea una mentalità di quasi assoluta collegialità fra legislativo ed esecutivo, ossia una prospettiva corporativa basata su un autocensura preventiva. Così ha deciso nella sessione di febbraio la maggioranza del Granconsiglio (contrario l’esponente MPS-PC) e di recente sono stato uno dei pochi che nel consiglio comunale di Bellinzona si è opposto a una mozione che voleva limitare il numero di interventi in discussione dei consiglieri… ma se in un parlamento si limita il dibattito che parlamento è?

Questi attacchi vengono rivolti oggi alla Lega, ma domani potrebbero essere rivolti anche contro la sinistra di opposizione (non certo quella che esiste solo per ripetere in salsa socialista quello che decidono i liberali), quindi quando leggo chi da sinistra si unisce al coro anti-leghista senza approfondire e capire la vera posta in gioco, mi rendo conto di quanti passi indietro la cultura del socialismo abbia fatto in questi anni e mi rinfranco nella convinzione che bisogna riscoprire la nostra identità di sinceri socialisti e comunisti riuniti nella lista MPS-PC.

 Massimiliano Ay, candidato al Granconsiglio per la lista 3 MPS-PC

 


Maggiore libertà ai giovani, niente più scuola reclute!

Il Gruppo per una Svizzera senza Esercito (GSsE) ha lanciato, con il sostegno in Ticino del Sindacato Indipendente degli Studenti e Apprendisti (SISA) e della Gioventù Comunista, un’iniziativa popolare per abolire il servizio militare obbligatorio a cui ancora oggi in Svizzera, caso sempre più raro in Europa, i giovani sono chiamati. Fra i contrari a questa iniziativa vi sono, però, anche personalità della sinistra, i quali – seppur anti-militaristi – temono che, abolendo la leva obbligatoria, l’esercito si trasformi in un’armata di pericolosi mercenari. Un esercito di leva, invece, sarebbe sinonimo di maggior controllo democratico, proprio in quanto “di popolo”. Analisi, questa, che fa acqua solo osservando la storia dei vari golpi e delle varie giunte dittatoriali; e peraltro basterebbe ricordare che – come ricordava lo scrittore Max Frisch – la “milizia” svizzera non ha quasi mai sparato, ma quando ha sparato lo ha fatto contro operai (svizzeri) in sciopero, contro cioè il proprio stesso popolo!

Friedrich Engels, fondatore con Karl Marx del socialismo scientifico e del movimento comunista, nel dicembre 1891 scrisse nel saggio “Il socialismo in Germania” (pubblicato sull’almanacco del partito operaio francese, oggi PS): “si diventa elettori a 25 anni, soldati a 20, ma proprio perché noi reclutiamo i nostri adepti soprattutto fra i giovani, se ora abbiamo già un soldato su cinque, ben presto ne avremo uno su tre; e intorno al 1900, l’esercito – prima tipico elemento prussiano del nostro paese – diventerà in maggioranza socialista”. Engels sbagliava, come faceva notare il fondatore del Partito Comunista di Germania (KPD) Karl Liebknecht, e la prima guerra inter-imperialista mondiale (con il connesso tradimento dell’Internazionale Socialista) lo hanno drammaticamente dimostrato sulla pelle degli operai mandati a sparare contro altri poveracci.

Insomma: la leva obbligatoria è stata forse introdotta dalla borghesia al potere per “ingenuità”? Certo che no! La borghesia sapeva benissimo che così facendo ampi strati del proletariato (influenzato dal movimento comunista) sarebbero entrati nell’esercito e sarebbero stati armati, ma confidava nel fatto che – come peraltro già Marx sosteneva nel “Manifesto” del 1848 – le idee dominanti nel popolo sono le idee della classe dominante! Con la leva obbligatoria la borghesia assumeva insomma un enorme potere di controllo sociale sulle fasce popolari, che estendeva oltre modo quello che già prima esercitava attraverso la chiesa e in parte la scuola. Liebknecht avvertiva Engels di questo pericolo, facendogli presente come nelle scuole reclute vi fossero lezioni teoriche di nazionalismo e addirittura di demonizzazione del socialismo. Oggi, a un secolo di distanza, la situazione non è molto diversa: nell’esercito “di difesa” e “di popolo” svizzero, infatti, i corsi teorici a favore delle missioni di “peace keeping” (nuovo termine per nascondere il concetto di “imperialismo” e di supremazia dell’Occidente) non mancano. E alla scuola quadri dello Stato Maggiore di Kriens si trova anche un ufficio preposto alla trasmissione nei soldati della “Dottrina”. Sarà forse la dottrina dell’emancipazione degli ultimi, della solidarietà fra i popoli e della pace nel mondo? Quello, insomma, che più ci vorrebbe al mondo in questo momento di crisi e di tensioni geopolitiche? Ne dubitiamo! Anzi, pare – con la recente decisione di limitare l’accesso al servizio civile per gli obiettori di coscienza e con il tentativo di inviare truppe in Somalia in difesa delle multinazionali occidentali che ne saccheggiano le risorse – che il nostro governo si stia muovendo in una direzione opposta, sostanzialmente bellicista anche se coperta da una bella (quanto ormai vuota) “neutralità”.

Di fronte a Berna che spinge per un ruolo anche offensivo e non solo difensivo del nostro esercito, di fronte all’UE che si sta militarizzando, di fronte ai decadenti USA che cercano di uscire dalla crisi con provocazioni guerrafondaie (Iran, Corea, Cina, Honduras, Ecuador, ecc.), vale quanto diceva Albert Einstein tanti anni fa: “i pionieri di un mondo di pace sono i giovani che rifiutano il servizio militare”!

Massimiliano Ay, segretario del Partito Comunista

  • Articolo apparso su: “Il Corriere del Ticino” dell’8 gennaio 2011