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Sulla Posta non si prenda in giro la cittadinanza!

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Nella seduta di dicembre del Granconsiglio ticinese tutti i partiti si sono schierati per chiedere alla Confederazione una moratoria nella chiusura degli uffici postali. Naturalmente ne sono felice e ho votato con convinzione tale proposta, ma l’ipocrisia dei partiti borghesi ha raggiunto livelli incredibili: coloro i quali sotto il cupolone federale hanno privatizzato e liberalizzato tutto quello che potevano; di colpo a Palazzo delle Orsoline si sono trasformati in paladini del servizio pubblico! Della serie: al popolo diciamo quello che si vuole sentir dire, che tanto a Berna voteremo come sempre abbiamo fatto?

Vi sono stati deputati del PPD che hanno sostenuto in Granconsiglio, che – giustamente! – gli uffici postali sono i “nostri”, in quanto “sono della popolazione e non dei manager”. Tutto corretto, per carità: ma quale era la posizione del PPD a Berna quando, ad esempio, si eliminò il monopolio sui pacchi? E che dire dei deputati del PLR che chiariscono che “la Posta era un servizio pubblico e non un servizio per il pubblico” sottolineando come esso fosse stato creato dai liberali ammettendo che la storia poi “ha condotto gli stessi liberali a misconoscere” questi intenti originali. Anche qui: una posizione eccellente, da applaudire, ma c’è anche da restare stupefatti! Il partito che più di tutti ha voluto privatizzare le PTT e liberalizzare il mercato delle telecomunicazioni, ora in Granconsiglio vota unanime contro …se stesso?

Al di là del mio scetticismo, mi auguro che ora tutti mantengano tale impegno con coerenza perché se domani a Palazzo federale i consiglieri nazionali borghesi continueranno a votare come hanno fatto finora, allora tutta l’indignazione espressa in Ticino sarà solo una solenne presa in giro.

In qualità di deputato del Partito Comunista sono stato autore di due recenti interrogazioni al Consiglio di Stato a favore degli uffici postali e, nel mio intervento in aula durante la seduta di dicembre, ho chiarito che finché non si ritornerà a tematizzare sul serio la nazionalizzazione di un tale settore strategico per l’economia del Paese, come quello postale e delle comunicazioni in generale, il tutto rischia di essere solo una misura palliativa, l’ennesima illusione venduta alla popolazione. I comunisti sono titolati a parlarne, poiché sempre siamo stati in controtendenza sui temi relativi alla Posta e nel 1997 siamo stati gli unici addirittura a tentare la via referendaria contro la privatizzazione delle PTT, purtroppo in quel caso persino senza l’appoggio dei vertici sindacali.

Massimiliano Ay, deputato al Granconsiglio e candidato al consiglio comunale di Bellinzona


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Sicurezza privata in ambiti sensibili? No grazie!

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MOZIONE

Appaltare la gestione della sicurezza ad aziende private può facilmente rivelarsi pericoloso, come peraltro casi recenti hanno dimostrato. Quello della sicurezza è infatti un settore estremamente delicato che non può limitarsi alla mera repressione, ma necessita di una adeguata formazione psico-pedagogica (e non solo) riguardante la gestione dei conflitti, che peraltro dubitiamo possa essere acquisita con le sole 8 ore di psicologia e 5 di diritto previste della formazione atta all’ottenimento del certificato CPSICUR.

La presente mozione parte dalla constatazione che né la Legge sulle attività private di investigazione e di sorveglianza del 1976 (aggiornata nel 2013) né il Concordato sulle prestazioni di sicurezza effettuate da privati del 2010 pongono con sufficienza dei limiti a tali attività di polizia privata né nei luoghi sensibili né nel rapporto con il principio del monopolio della forza: l’art. 10 del suddetto Concordato si limita a sostenere al riguardo che naturalmente “nell’esercizio delle loro funzioni, gli agenti di sicurezza (…) rispettano il monopolio della forza pubblica”.

Si invita conseguentemente il Consiglio di Stato:

  • da un lato a valutare il divieto per l’ente pubblico di esternalizzare mandati ad agenzie di sicurezza private perlomeno in ambiti sensibili quali: centri per richiedenti l’asilo, laboratori di ricerca con presenza di sostanze tossiche, istituti scolastici e altre strutture ritenute particolari in quanto legate a contesti potenzialmente fragili.
  • In secondo luogo, preso atto del Rapporto del Consiglio Federale sulle aziende di sicurezza private del 2 dicembre 2005 in risposta al postulato Stählin, in cui si legge come “plusieurs législations cantonales prévoient expressément que les personnes physiques ou morales actives dans le domaine de la sécurité ne disposent pas de compétences relevant de la puissance publique (…)” ma che fra di esse non risulta la legislazione ticinese, di valutare che nella legge cantonale figuri espressamente che quanto viene compiuto nell’esercizio delle prerogative del potere statale (“puissance publique”) non possa essere in nessun caso delegato ad agenzie private di sicurezza.

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Estendere la gratuità dei trasporti pubblici in caso di superamento del limite di PM10

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Il Dipartimento del Territorio (DT) ha dichiarato che da sabato scorso le concentrazioni medie giornaliere di PM10 registrate nel Luganese e nel Mendrisiotto avevano superato la soglia dei 100 µg/m3. Questo ha portato alla necessità di far capo all’art. 5 cpv. 2 del Decreto esecutivo concernente le misure d’urgenza in caso d’inquinamento atmosferico acuto, in pratica la restrizione del traffico motorizzato, applicato in data 31 gennaio 2017.
Oltre a ciò il DT ha ritenuto di dover introdurre, giusta l’art. 10 del medesimo Decreto esecutivo e come ulteriore misura per affrontare l’emergenza, la gratuità dei mezzi di trasporto pubblico sul territorio cantonale. Tale norma è oggi però possibile unicamente allorquando la situazione appare come estremamente grave, quasi fuori controllo, cioè quando il governo vieta la circolazione di automobili e furgoni diesel EURO3 e inferiori.
Con la presente mozione si propone che la misura inerente la gratuità dei trasporti pubblici – che necessita di un debito preavviso e di una informazione capillare – assuma carattere obbligatorio già ogni qualvolta il monitoraggio dell’inquinamento atmosferico indichi il raggiungimento di valori superiori a quelli limite consentiti, tali cioè da mettere in pericolo la salute della popolazione e l’ambiente, senza attendere dunque che scatti il divieto di circolazione dei modelli di vettura descritti all’art. 2 lett. c) cifra 3 del citato Decreto esecutivo.

Massimiliano Ay, deputato in Granconsiglio per il Partito Comunista


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La faziosità anti-cubana

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Il settimanale “Azione” edito dalla Migros, nel suo ultimo numero (5 dicembre 2016), ho dato ampio spazio alla scomparsa del leader cubano Fidel Castro. Ognuno può scrivere quello che vuole e ogni giornale ha diritto di scegliersi la linea editoriale che più gli aggrada (o meglio: che più aggrada a chi la finanzia!). La cosa che però non sopporto è quando non si vuole ammettere il proprio essere di parte: “Azione” dimostra di essere un giornale di destra! Il che è assolutamente legittimo, sia chiaro: ma almeno lo si dica esplicitamente! Quattro articoli dedicati a Cuba: neanche mezzo che portasse una visione almeno vagamente positiva dell’Isola!

L’editoriale in prima pagina, firmato da Peter Schiesser, è tutto sommato equilibrato: naturalmente si capisce benissimo che Schiesser tira politicamente un bilancio negativo della Rivoluzione cubana, ma lo fa con professionalità. Diversamente gli altri contributi: a iniziare dall’articolo dal taglio “psicologico” di Luciana Caglio in cui non solo ridicolizza i membri del mio Partito (peraltro quasi tutti nati dopo il 1989) come dei patetici nostalgici per avere commemorato Fidel, ma paragona vigliaccamente il rispetto tributato al grande rivoluzionario, con quello – che non esiste! – per il tiranno spagnolo Francisco Franco!

Più importante lo spazio dato a una giornalista cubano-americana, tale Achy Orejas che scrive sul “New York Times”: non è un articolo di informazione, è un componimento scolastico personale un po’ strappalacrime, quel tanto che basta per piacere al buonismo dilagante. La quintessenza della faziosità è invece il testo scritto dalla tristemente famosa Angela Nocioni. Acerrima nemica di Cuba e del Venezuela, tale giornalista ha un odio viscerale, espresso ovunque senza contegno, per tutto quello che non è succube ai diktat dello Zio Sam. Si parla di lutto “obbligatorio”, di cittadini terrorizzati dalle spie, e i soliti cliché mai verificati che si usano normalmente per denigrare un paese sovrano – qualsiasi sia la sua ideologia – che ha semplicemente la “colpa” di dire No alle ingerenze atlantiche.

Nocioni non solo dice bugie (dal divieto del “rock’n roll” all’omofobia di regime) ma definisce Fidel Castro un “monarca disinteressato ai suoi sudditi”: al di là delle forme di partecipazione dal basso che esistono a Cuba nelle scuole, sui posti di lavoro, nelle associazioni di massa e nelle assemblee popolari, persino organizzazioni non certo bolsceviche come l’ONU, l’UNICEF, ecc. sono costrette ad ammette le conquiste sociali, educative, sanitarie, ecc. dell’Isola: la Nocioni nega persino queste! Questa è la vera propaganda!

Massimiliano Ay, segretario politico del Partito Comunista


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Fra tagli e selezione: tutti contro il liceo!

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La recente discussione in Granconsiglio sul consuntivo 2015 relativo al Dipartimento dell’educazione, della cultura e dello sport (DECS) si svolgeva dopo la giornata di cosiddetto “sciopero al contrario” avvenuta lo scorso 23 marzo che è riuscita a mostrare una rinnovata compattezza fra gli attori della scuola, insegnanti e studenti, di fronte alla politica del salame e delle casse vuote che dura da troppi anni a scapito della scuola pubblica del nostro Cantone. Per quanto già una decina di anni fa l’allora ministro dell’educazione Gabriele Gendotti ammettesse che ormai si era “raschiato il fondo del barile”, le misure di risparmio a scapito del mondo della scuola infatti sono continuate, continuano e probabilmente continueranno.

I docenti da decenni subiscono peggioramenti delle loro condizioni di lavoro: soppressione del rincaro, contributi di solidarietà, blocco degli scatti, ecc. In poche parole, la condizione materiale dei lavoratori della scuola peggiora, con buona pace dell’atrattività della professione dell’insegnante che il Cantone avrebbe interesse a sostenere. Non solo andrebbero date risposte convincenti su questi aspetti, ma va frenato l’aumento del numero di allievi per docente, per di più nel contesto attuale caratterizzato da una costante crescita dei compiti che si pretende affidare alla scuola senza adeguati investimenti in fatto di risorse.

E dal lato del diritto allo studio non siamo messi meglio: al di là del passato, osserviamo quanto ci si prefigge con la manovra di rientro, che prevede riduzione di corsi facoltativi e complementari che rappresentano, oltre a momenti didattici, soprattutto strumenti di giustizia sociale e di equità di chances. E questo ovviamente preoccupa il Partito Comunista, perché fra i corsi aboliti vi saranno forse anche realtà apparentemente “secondarie”, come è stato spiegato dal ministro Manuele Bertoli in parlamento, ma di fatto si esternalizza verso il privato (e quindi a pagamento) servizi culturali, sportivi, e altre competenze che renderebbero completa la comunità educante e sociale che dovrebbe essere la scuola pubblica.

Prima o poi – possiamo scommetterlo – salterà fuori nuovamente la vecchia idea di ridurre la durata degli studi liceali a tre anni. Una riduzione pericolosa dell’offerta formativa e un peggioramento sostanziale per l’unica risorsa di cui il nostro Paese dispone: i cervelli! E stupisce sempre da parte di una certa borghesia che dovrebbe avere a cuore gli interessi dell’imprenditoria, vederla invece cadere in una ben poco lungimirante retorica volta a sfavorire gli studi lunghi: essi sono per contro strategici, proprio nell’ottica di un’economia ad alto valore aggiunto capace di restare attraente sul piano globale.

Le ultime uscite del consigliere federale Schneider-Amman sul non sufficiente livello di preparazione dei maturandi svizzeri, che dovrebbe spingere a rivalutare in senso restrittivo i criteri per concedere la maturità non sono certo rassicuranti in tal senso, anche perché di fronte alla Commissione dei direttori cantonali dell’educazione sono già arrivate proposte che fanno parlare il Sindacato Indipendente degli Studenti e Apprendisti (SISA) di “sconsolante disegno politico”. E gli studenti non hanno tutti i torti visto che la linea è quella di una graduale soppressione del diritto allo studio, da compiersi tramite puntuali interventi di riduzione dell’offerta formativa e di aumento della selettività negli studi secondari. Quest’ultima è sempre legata, come sappiamo, non certo alle famose attitudini ma bensì a criteri sociali. Rientrerebbe poi dalla finestra quello che nel 2007 le assemblee studentesche avevano contrastato e che, di fatto, era uscito dalla porta, ovvero la “quadrupla compensazione” delle insufficienze alla maturità: un abominio pedagogico che valorizza i fallimenti di un allievo piuttosto che valorizzarne le competenze.

Massimiliano Ay, deputato in Granconsiglio e segretario del Partito Comunista


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Con il reddito di base incondizionato Marx c’entra poco o nulla!

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Paolo Pamini, esponente di Area Liberale, in riferimento alla votazione sul reddito di base incondizionato l’ha definita un’iniziativa che “introdurrebbe il comunismo dalla porta di servizio”. Visto che di comunismo dovrei saperne qualcosa, vorrei provare a replicare al collega deputato. Non prima, però, di fare una premessa: a differenza di quello che pensa Pamini, il Partito Comunista – colpo di scena? – ha deciso che non sosterrà l’iniziativa il prossimo 5 giugno, perlomeno così come formulata. Nulla di eclatante in realtà, poiché sul piano nazionale si sono espressi criticamente anche altre realtà di sinistra e sindacali.

Sostiene Pamini che “il comunismo era basato sul principio ‘a ciascuno secondo i suoi bisogni e da ciascuno secondo le sue capacità’. Il reddito incondizionato si propone esattamente questo”. In realtà il concetto ‘a ciascuno secondo i suoi bisogni’ è stato espresso da Marx unicamente per il momento più avanzato della società comunista. Per arrivare al comunismo occorre però una lunga fase di transizione chiamata socialismo in cui il principio rimarrà: “a ciascuno secondo il suo lavoro”. Ed è quello che vige nei paesi socialisti di oggi come di ieri. Eh già… poiché condizione per il superamento del capitalismo in Marx è non solo l’accumulazione primaria di capitale (quello che Lenin fece nei primi anni in Russia oppure quello che oggi compiono, ad esempio, in Vietnam e a Cuba), ma anche lo sviluppo delle forze produttive. Dirò di più: è proprio la contraddizione crescente tra lo sviluppo dinamico delle forze produttive da un lato e la staticità dei rapporti di produzione dall’altro la quintessenza della filosofia marxista. Insomma: altro che livellamento!

Quindi no, caro Pamini, da un punto di vista strettamente marxista il reddito universale di base in una società capitalista (e sottolineo: nel sistema capitalista) non è una misura realistica per risolvere le contraddizioni sociali, ed è anzi vista quasi come un’elemosina, una scelta filantropica che è in sé estranea al socialismo scientifico. Potrà esistere, invece, una sorta di reddito di base in una società socialista? Certo che sì, ad esempio attraverso forme molto estese di salario indiretto, calmierazione dei prezzi, salario studentesco, diminuzione delle ore di lavoro a parità di salario, assicurazioni sociali, ecc.

Un reddito di cittadinanza come proposto oggi nel nostro Paese rischia invece di essere una idea accattivante ma problematica, almeno vista da sinistra. A Pamini, invece, l’idea dovrebbe allettare, poiché il reddito incondizionato porta con sé il rischio di un’ulteriore atomizzazione della società con un aumento dell’individualismo. Non manca peraltro una certa curiosità a destra fra chi lo ritiene un primo passo per “razionalizzare” e poi smantellare uno stato sociale ritenuto pachidermico.

Mi si permetta di chiudere con un sorriso: ma il socialismo reale era la società dell’ozio dove la produttività era bassa e tutti vivevano grazie ai sussidi statali, oppure era la società in cui tutti lavoravano a ritmi serrati e sotto controllo poliziesco? Delle due l’una! Capisco i luoghi comuni e le necessità della propaganda ma, alla fine, gli anti-comunisti si vogliono decidere?


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I 100 anni della Scuola Arti e Mestieri di Bellinzona

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La Scuola Arti e Mestieri di Bellinzona (SAMB) ha festeggiato il suo 100° anniversario. E’ un evento storico per una scuola importante per il tessuto socioeconomico del Canton Ticino, che ha fatto dell’industria e della tecnologia di punta un fiore all’occhiello della formazione professionale e dell’economia reale del nostro Paese. I comunisti valorizzano questi settori produttivi a valore aggiunto anche perché è così che si può limitare la corsa verso un’economia speculativa e finanziaria che sta portando l’Europa e la stessa Svizzera al declino sul piano globale.

Questo traguardo della SAMB merita di essere festeggiato con tutta la comunità educativa, composta di insegnanti e studenti. Il coinvolgimento dei giovani da parte della SAMB è stato positivo, tuttavia è anche importante che la scuola garantisca sempre turni adeguati per le presenze degli allievi durante le porte aperte, permettendo cioè agli studenti coinvolti di poter beneficiare del recupero dei giorni di vacanza non usufruiti oltre al rimborso dei pasti: sono felice che queste rivendicazioni degli studenti siano state accolte, favorendo così un ambiente formativo armonioso.


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Su Pietro Ingrao, con rispetto ma senza ipocrisia

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Il Partito Comunista ha onorato la memoria di Pietro Ingrao, recentemente scomparso, e ha inviato una delegazione alla camera ardente allestita a Montecitorio per rendere omaggio alla salma e firmare il libro delle condoglianze. Lo abbiamo fatto per rispetto nei confronti di un importante militante che ha rappresentato – nel bene o nel male – la storia più viva della sinistra e del movimento operaio italiano. Pietro Ingrao ha vissuto 100 anni: molti di essi al servizio del socialismo, gli altri in modo più ambiguo e confuso. Noi ricordiamo con stima il primo Ingrao come un dirigente comunista di spessore e creativo, mentre valutiamo l’ultimo Ingrao – su strade che ormai differivano dalle nostre – da un punto di vista umano.

Lungi dal Partito Comunista, insomma, voler santificare Pietro Ingrao, come invece sembra voler andare di moda oggi, dove prevale ipocrisia e superficialità anche fra i comunisti, per non parlare del mondo della politica e del giornalismo. Noi contestiamo duramente, infatti, molte svolte di cui Pietro Ingrao si è reso protagonista negli ultimi anni. La sua definizione di Cuba come una “dittatura”, il suo sostegno alla guerra neo-coloniale contro la Libia, la sua totale abiura di Mao non corrispondono alla nostra visione della società e della storia: su questo non devono esserci dubbi! Così come non ci appartiene il suo tentativo, ormai sul finire della sua vita, di denigrare Lenin e di vedere nel leninismo i tratti del fallimento del socialismo reale e dello stesso PCI.

Ma nel contempo chiniamo le nostre bandiere nei confronti dell’uomo che ha combattuto il fascismo e che è stato al fianco di Palmiro Togliatti nella costruzione del “Partito nuovo”, quel PCI che divenne una straordinaria forza politica di massa sul piano proletario. E rispettiamo la fermezza del dirigente che – nonostante il difficilissimo contesto internazionale e sapendo di dichiarare concetti impopolari – scrisse l’editoriale “Da una parte della barricata, in difesa del socialismo” riconoscendo – pur nelle critiche doverose – l’importanza di un’Europa dell’Est non subalterna all’imperialismo. Di lui lodiamo anche il senso etico che lo portava a intervenire a tutela dei diritti dei giovani repressi dalla polizia negli anni ’60, nonostante fossero di altre collocazioni ideologiche, fatto questo testimoniato persino da un troskista come Antonio Moscato, e in generale la sua volontà di dialogare con le nuove generazioni e i movimenti.

A Ingrao va poi reso merito di aver saputo riconoscere nel centralismo democratico uno dei valori fondanti del militante leninista e lo dimostrò addirittura “esagerando”, mancando in quel caso però di cogliere il momento storico in atto: quando il PCI decise di suicidarsi con la svolta della Bolognina, lui pur contrarissimo e avendo presentato un documento ostile a tale prospettiva, per disciplina e per non volersi staccare dalle masse popolari, seguì la maggioranza e restò nel “gorgo” – come diceva lui stesso – optando per la via riformista (che oggi è degenerata come prevedibile in un progetto neo-conservatore chiamato Partito Democratico), ma anche in quell’occasione affermò che occorreva in ogni caso “tenere aperto l’orizzonte del comunismo”, situazione che si concretizzò nel 2004 con la sua adesione a Rifondazione Comunista. Egli ha provato regolarmente e in piena libertà a lottare apertamente nel Partito e per il Partito, conscio che senza organizzazione non c’è emancipazione possibile, senza derive individualiste come molti hanno preferito invece fare nei momenti di difficoltà della sinistra, ed è in particolare questo Pietro Ingrao a meritare la nostra stima.

Massimiliano Ay, segretario politico del Partito Comunista


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Sinistra 2.0: il presente che prepara il futuro!

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Il Partito Comunista – che fino al 2007 si chiamava Partito del Lavoro – esce da una serie di piccole ma significative vittorie. E’ riuscito il processo di ringiovanimento di un Partito che sembrava destinato al declino. Dopo vent’anni si è trovata un’intesa per presentare una lista unitaria a sinistra della socialdemocrazia alle elezioni cantonali. Nel 2012 i consiglieri comunali comunisti sono raddoppiati. Dopo l’ultimo successo, quello delle elezioni cantonali di aprile, che ha visto raddoppiare la presenza in Granconsiglio per la sinistra di opposizione riunita nella lista MPS-PC, il Partito Comunista ha fatto tre scelte importanti in vista delle ormai imminenti elezioni per il rinnovo del Consiglio Nazionale e del Consiglio degli Stati.

1) La prima scelta è stata quella di ribadire la nostra vocazione unitaria, così da non disperdere voti a sinistra: in questo senso va letta la congiunzione con il Partito Socialista: fermiamo la destra! La congiunzione di lista con il PS rappresenta una forma di responsabilità politica per evitare che la deputazione ticinese alle Camere federali scivoli ulteriormente a favore delle forze conservatrici. In questo senso votando la lista 12 del PC si dà un contributo importante alla conquista del secondo seggio del fronte progressista.

2) La seconda scelta è inerente il programma: breve, concreto e soprattutto innovativo (al posto di un elenco della spesa vago e banale). Non basta dire che vogliamo la difesa del lavoro, occorre anche proporre un rilancio economico del Paese: in questo senso noi proponiamo investimenti nella ricerca puntando su settori ad alto valore aggiunto come ad esempio la necessità di credere fino in fondo nel progetto di Centro di competenze delle Officine FFS. Non basta poi ricordare gli aspetti immorali del segreto bancario, ma essere costruttivi e vedere nella piazza finanziaria di Lugano un potenziale a favore dei piccoli imprenditori (in difficoltà di fronte al grande capitale), attraverso l’apertura di una borsa valori per le PMI. Non basta infine chiedere più trasporti pubblici, bisogna al contrario mettere in chiaro che AlpTransit è un progetto fermo che la deputazione ticinese ha praticamente snobbato: il Partito Comunista chiede in tal senso il prolungamento della tratta a sud di Lugano e la costruzione di una galleria nel Gambarogono che colleghi il transito merci fra Luino e Gallarate. A ciò si aggiunga la costruzione di un secondo binario fra Cadenazzo e Locarno, senza dimenticare la circonvallazione ferroviaria con la galleria Sementina-Gnosca e la costruzione della stazione unica di AlpTransit Ticino a Camorino (come era previsto a inizio anni ’90).

3) E la terza scelta, che ormai è una caratteristica del nostro Partito, è stata quella di promuovere volti nuovi e molti giovani. La lista 12 ha un’età media di 29 anni e ognuno dei nostri candidati si è distinto per aver aver approfondito un argomento: dall’agronomia, alla finanza, senza scordare la mobilità e la sicurezza informatica. Si tratta di candidati che si presentano per la prima volta a un’elezione federale e i volti più noti del PC hanno fatto per primo un passo indietro per promuovere dei giovani che non saranno delle fugaci apparizioni, ma si impegneranno anche a livello comunale. Il PC non vuole essere un one-man-party, ma al contrario vuole essere … “community”!

“Community” (su sfondo rosso-verde) è infatti lo slogan che riunisce tutti questi aspetti. Una sinistra 2.0 che parta dal basso, dalla comunità appunto e che proceda facendo gioco di squadra, unendo la tradizione laburista con quella ecologista e che si apra a nuove idee in movimento, senza però perdere di vista la necessaria serietà dell’analisi e della proposta. Su questa strada di rinnovamento della sinistra, noi continueremo con pragmatismo e senza illusioni, ma anche con tanta determinazione.

Massimiliano Ay, segretario politico del Partito Comunista e Granconsigliere


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La priorità è foraggiare l’inceneritore dei rifiuti?

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L’art. 10 della Legge concernente l’istituzione dell’Azienda Cantonale dei Rifiuti prevede che i membri del relativo Consiglio d’amministrazione vengano nominati dal Gran Consiglio su proposta del Consiglio di Stato per un periodo di quattro anni. Durante l’ultima sua seduta, a fine settembre, il parlamento ticinese ha quindi proceduto alla nomina di tre nuovi membri di tale organo e la riconferma di due uscenti, fra cui il Consigliere di Stato leghista Claudio Zali.

Non è mia intenzione dilungarmi in questa mia breve nota sulla politica di gestione dei rifiuti del nostro Cantone, tuttavia mi sia permesso di riflettere su un aspetto: quello del cosiddetto “termovalorizzatore”. Un bel nome per mascherare quello che è l’inceneritore dei rifiuti di Giubiasco. Francesco Vitali, attualmente candidato al Consiglio Nazionale del Partito Comunista – in un suo articolo intitolato “Riconfigurare la gestione dei rifiuti nell’ottica di uno scenario sostenibile e moderno”, pubblicato sulla rivista di approfondimento #politicanuova (Nr. 6, aprile 2015) – ha spiegato la necessità di potenziare le prerogative dell’Azienda Cantonale dei Rifiuti (ACR) affidandole l’intera gestione del sistema cantonale di raccolta dei rifiuti, al fine di intraprendere con coraggio – così Francesco Vitali – “una scelta reale e sostanziale circa la promozione del riciclaggio e l’esclusione progressiva della combustione”. Ampia fetta della classe politica ticinese ha deciso invece di puntare proprio sul foraggiamento dell’inceneritore di Giubiasco Baragge, a scapito evidentemente del riciclaggio.

E proprio qui occorrerebbe iniziare a riconoscere concretamente un pluralismo democratico anche all’interno dell’ACR. Esiste dal 2008, ad esempio, l’Osservatorio della gestione ecosostenibile dei rifiuti (Okkio): non sarebbe il caso di iniziare a mettere a disposizione a chi da sempre nella società civile si è mostrato critico verso la costruzione dell’inceneritore e che da anni con impegno ne tiene d’occhio l’attività in fatto di polveri fini quegli spazi necessari per avere voce in capitolo sulla gestione non solo della politica cantonale in materia, ma anche della sua azienda pubblica?